«Romeo e Giulietta», il bis all’Eliseo

Dal 31 gennaio le repliche della tragedia diretta da Binasco, che con Paravidino ha riadattato il testo shakesperiano. Nella periferia di una metropoli, la storia di amore e morte dei protagonisti di Toni Colotta

È bello che uno spettacolo di alto livello scenico venga replicato da una stagione all’altra «a furor di popolo», per la grande richiesta del pubblico. Parliamo di «Romeo e Giulietta» di Shakespeare rappresentato un anno fa all’Eliseo, dove sarà di nuovo da martedì 31. Si potrebbe pensare che abbia indotto alla riproposta la presenza in scena, nelle vesti di Romeo, di un «divo» del momento come Riccardo Scamarcio. Ma sarebbe ingiusto ridurre l’evento ad una infatuazione divistica giacché tutta la produzione, sotto l’egida primaria dello stesso Eliseo, ha pregi che la collocano fra i migliori allestimenti di questa commedia-tragedia di amore e di morte.

E il merito maggiore va ascritto a Fausto Paravidino e Valerio Binasco che hanno ritradotto e adattato il testo shakesperiano, Binasco assumendo pure la regia dello spettacolo. Un intervento, il loro, che compie il prodigio di non tradire la drammaturgia del grande Bardo immergendola in atmosfere, sensibilità, gesti del presente nostro, autentico e purtuttavia elisabettiano. Nelle molteplici regie di «Romeo e Giulietta», da cinquant’anni in qua, abbiamo visto di tutto e di più, ma in questo caso l’operazione ha un’energia comunicativa come raramente capita nei classici.

Nella popolarità, nell’adesione commossa all’avventura dei due amanti veronesi c’è stato sempre qualcosa di riduttivo: il paradigma dell’amore assoluto, con cui è entrata nell’immaginario collettivo, ha tralasciato la meditazione sulla morte e sull’istinto di violenza (che fa anche di Romeo un assassino) insita nel messaggio veicolato dall’azione scenica. Qui è il punto di attacco dei due adattatori: la «bella Verona» dell’ambientazione classica lascia il posto alle atmosfere affumicate e plumbee di una qualsiasi periferia metropolitana, dove scorazzano e si accapigliano bande di teppisti militanti Capuleti o Montecchi. Non indossano calzamaglie e corsetti ma casual senza tempo. Quindi quel sentimento «diverso» che avvince i due protagonisti, perdutamente, è il vero «scandalo» salvifico. Della diversità lo Scamarcio si fa eccellente interprete, romantico, non nel senso un po’ mieloso che il termine ha assunto. Ma è nella trama di segnali, di rimandi che lo spettacolo trasmette la sua forza.

Leggiamo quel che Valerio Binasco annota in occasione della ripresa: «La cosa che più mi attira in Romeo e Giulietta è la crudeltà, spesso involontaria ma ancor più spesso consapevole che nasce dall’imbecillità umana… Abbiamo visto tutti che bella carriera hanno fatto e stanno facendo nella storia gli imbecilli violenti e quale pessima gli innamorati pacifisti».

30 gennaio 2012

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