Rondoni, versi su tre “grandi” della storia

L’apostolo Tommaso, Paolo di Tarso e Michelangelo Buonarroti sono i protagonisti dell’ultima fatica del poeta forlivese di Andrea Monda

Davide Rondoni è poeta che ama le sfide. Meglio: in quanto poeta, non può non amare le sfide. Il suo ultimo volume raccoglie tre diverse opere, scritte per essere declamate, «da offrire a voce alta, tra le labbra ferite e desideranti della vita», dedicate a tre uomini, tre pilastri della storia occidentale: l’apostolo Tommaso, Paolo di Tarso, Michelangelo Buonarroti. Il punto di contatto tra i tre è, ovviamente, Cristo risorto. Attraverso il monologo interiore di Tommaso, la descrizione dell’arrivo di Paolo nella Roma di oggi e lo sguardo di Michelangelo davanti alla sua ultima opera, viene raccontato un unico dialogo con la fonte, la ragione della loro esistenza.

Tommaso mormora le sue ultime parole mentre muore martire nella lontana India ma non è un monologo, bensì un dialogo, come non è il dubbio la cifra della sua vita, ma l’amore. In questo primo quadro del trittico, Rondoni ha voluto togliere il «marchio» più pesante sulla figura dell’apostolo «incredulo»: «Non fu il dubbio della sospensione./ No, quello è professione /da intellettuali o da menti inaridite./ Fu momento innamorato». E ancora: «Il dubbio non era che feritissimo / amore disperato./ Un passero tremante dentro il mio pugno di uomo». Testo delicato e struggente (specie quando Tommaso dalla lontana India ricorda l’antica compagnia dei Dodici e delle donne), il poema di Tommaso si chiude con l’estasi dell’incontro con Gesù risorto che coincide con l’ora della morte: «Era come ora, l’ora / della mia morte./ Era che si univa tutto. Era / che cominciava qualcos’altro./ Che risorgevo vedendolo risorto./ Era come questa, che è l’ora/ della mia morte, e della mia vita futura». Nel suo interrogarsi Tommaso cita anche Paolo e le sue lettere («vedo la doglia/ di parto che mai finisce») e dichiara il suo destino («il mio corpo non smetterà di viaggiare») che poi è il medesimo.

In questo secondo quadro del trittico intitolato «Destinazione del sangue» Paolo è colto mentre arriva alla stazione Termini della Roma di oggi, destinazione e destino della vita dell’Apostolo delle Genti: «Era qui che doveva arrivare./ Guarda la grande/ città orientale e occidentale,/ la brulicante tana/ del dio imperatore», una città che deve essere infuocata dalla carità racchiusa nella «poca valigia» di questo singolare cittadino romano che ha incendiato il mondo.

Il fuoco è anche il cuore dell’ultimo quadro, il primo scritto dal poeta di Forlì, che «diventa» Michelangelo che osserva la sua ultima incompiuta opera, la Pietà Rondanini. È un testo che prova «a mettere a fuoco che cosa in lei mi pareva gridasse»: Rondoni procede come lo scultore, per «ablatio», togliendo via tutto ciò che soffoca il fuoco che cova dentro il marmo. «Levare» è infatti il verbo che ricorre quasi come un «mantra» in questo testo breve quanto intenso. E levare è, non a caso, il verbo della resurrezione.

“Tre. Tommaso Paolo Michelangelo”, Davide Rondoni, Marietti, 68 pagine, 12 euro

8 giugno 2009

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