Rosso pompeiano a Palazzo Massimo

In esposizione 108 quadri, risalenti al cosiddetto periodo aureo, staccati dalle pareti affrescate delle domus di Pompei ed Ercolano di Francesca Romana Cicero

Il colore e i suggestivi effetti che produce amalgama e modella saperi e abilità artistiche di pittori. Artisti che, al di là delle architetture esistenti e dei soggetti rappresentati dettati dal gusto del committente, hanno dato forma ed espressione ad una ricca “materia umana” mitologica e immaginifica. Vivaci decorazioni e un mondo variopinto di dipinti – sinonimo di agiatezza e potere delle famiglie – allietavano gli ambienti delle domus. Ambienti nei quali era talmente dominante il ricorso al colore rosso,da divenire per antonomasia espressione di quella pittura pompeiana – manifestazione per eccellenza di quella romana – che deve la sua fortuna all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. in cui, secondo quanto ci racconta in una lettera a Tacito il nipote Plinio il Giovane, trovò la morte Plinio il Vecchio. Eruzione così violenta e repentina che interruppe la vita nella città e che, impedendone una successiva ricostruzione edilizia, che avrebbe potuto fortemente condizionare le successive ricerche archeologiche, la consegnò, dopo averla preservata nel passato, al godimento estetico delle generazioni future.

In esposizione a Palazzo Massimo, Rosso pompeiano, 108 “quadri” risalenti al cosiddetto periodo aureo, compreso tra il I secolo a. C. e il I d. C., staccati dalle pareti affrescate delle domus di Pompei ed Ercolano. Si tratta di quadri – termine usato per indicare i “ritagli” effettuati, al tempo del re di Napoli Carlo di Borbone (1734) -, su porzioni di parete, considerate di maggior pregio, che venivano isolate in cornici di legno. Tali opere denotano abilità artistiche d’esecuzione diseguali per qualità. Il loro stato di conservazione non sempre è ottimale, anche a causa del calore eccessivo al quale sono state esposte e dei lapilli che ne hanno irrimediabilmente danneggiato il colore, ma non intaccato il fascino.

I soggetti rappresentati sono legati al ciclo troiano, che ha goduto di particolare fortuna in quanto connesso alla figura dell’imperatore Augusto che propagandava la discendenza della Gens Iulia da Marte e Venere, e alla mitologia greca in generale, importata a Roma durante le conquiste che si sono succedute nel tempo.

Scorrono davanti agli occhi del visitatore, accompagnati dai versi dell’Eneide di Virgilio, dell’Iliade di Omero, delle metamorfosi di Ovidio e Apuleio (e così via), i miti di Dioniso, la cui infanzia è stata tratteggiata da un pittore – probabilmente un incisore – che ha adottato una tecnica che sembra dipingere “in negativo”; il mito di Narciso che s’illude di afferrare “un’immagine che sfugge” (Ovidio) e non ricambia l’amore della ninfa Eco; quello di Frisso ed Elle – fratelli, principi di Argo– che si spingeranno oltre il mare sull’ariete dal vello d’oro (lei cade e annega) per approdare sulla Colchide, dove verrà scuoiato l’animale, alla ricerca del cui vello si recherà Giasone (da cui nasceranno altre storie); a quello di Tiramo e Tisbe, mito poco rappresentato, che pare abbia influenzato l’ispirazione di Shakespeare nella composizione di “Giulietta e Romeo”. Inclusi nella visita – il cui percorso non è ben segnalato- gli incantevoli affreschi della Casa del Bracciale d’oro e quelli delle stanze di Moregine (il porto dell’antica Pompei sul fiume Sarno), ritrovate in occasione dei lavori dell’autostrada Napoli-Salerno. La raffinatezza della decorazione di queste stanze ha suggerito l’ipotesi che appartenessero alle divorsoriae taberne di Nerone- la cui presenza con la moglie Poppea è peraltro attestata da epigrafi-, nate come luogo di ristoro e riposo durante i suoi spostamenti lungo le coste campane e laziali.

La mostra è completata (al secondo piano) dalle pitture della villa di Livia, moglie di Augusto, dalle pareti affrescate della villa Farnesina, nobile residenza di età augustea, e dalle migliaia di frammenti di affreschi e mosaici di una villa rinvenuta a Castel di Guido.

Rosso pompeiano, Museo nazionale romano di Palazzo Massimo Largo di Villa Peretti, 1 (stazione Termini). Fino al 30 marzo 2008. Roma. A cura di M. L. Nava, R. Paris e R. Friggeri. Catalogo Electa, in mostra euro 29,00. Orario: dal martedì alla domenica 9-19,45 (la biglietteria chiude un’ora prima). Chiuso il lunedì. Biglietto: intero 10 euro, ridotto 6,50. Il biglietto consente l’ingresso a tutte le sedi del Museo nazionale romano (Palazzo Massimo, Terme, Palazzo Altemps, Crypta Balbi) ed è valido per tre giorni. Informazioni Pierreci: tel. 06.39967700.

5 febbraio 2008

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