«Salvo», sguardo profondo sulla Sicilia

Nel film che ha vinto la Semaine de la Critique a Cannes, la fotografia livida di Ciprì rende bene l’affiorare di dubbi e desideri dentro modi di secolare immobilismo di Massimo Giraldi

Da semisconosciuti sono stati selezionati per il recente Festival di Cannes e, inseriti nella Semaine de la Critique, hanno vinto il primo premio. In effetti anche al pubblico italiano i nomi di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza non dicono molto, ma è da sperare che dopo questo film possano diventare più familiari. Parliamo di Salvo, titolo secco e affilato in uscita nelle sale in questa settimana. Salvo è Salvo Mancuso: killer di mafia tanto solitario nel carattere quanto spietato nei modi di agire. Una mattina d’estate, impegnato a chiudere un regolamento di conti, entra nella casa di un rivale. All’interno, c’è solo Rita, giovane sorella dell’uomo che deve eliminare.

Salvo se la trova di fronte, ma lei non lo vede perché cieca dalla nascita. Percepisce però una presenza fisica e, quando arriva il fratello, cerca di preavvertirlo. È tutto inutile, l’uomo rimane ucciso. Sola con l’assassino, Rita gli va incontro, Salvo preme una mano sporca di sangue sul suo volto: gli occhi di Rita non tremano più, ora vede, e vede l’assassino del fratello. Nel seguito, Salvo decide di portare via Rita, chiuderla in un vecchio capannone e difenderla da chi vuole eliminarla. «Palermo – dicono i registi- è un mondo dove la libertà è pericolosissima, un mondo che ha bisogno di un tiranno, di un oppressore(…) l’incontro tra i due protagonisti provoca una frattura pericolosa: la possibilità rischiosissima della libertà».

Loro lo definiscono un «miracolo, di cui un mondo così fatto avrebbe più bisogno e ha più timore». Forse l’idea di miracolo è più impegnativa, forse è applicata con qualche rapidità, ma il racconto poggia su scansioni forti, scava nei vuoti dei valori e azzarda la scommessa di riempirli con provocazioni incisive di sentimenti impensati, di sensazioni inattese. All’atto di visualizzare i modi di un cambiamento radicale dentro una cornice invece immutabile, la scelta è caduta su una forma drammaturgica classica, «partendo da un genere riconoscibile, il noir, che progressivamente si arricchisce di sfumature e aperture inusuali».

Reso livido, seppiato, angoscioso dalla sfumata fotografia di Daniele Ciprì, lo scenario scandisce il progressivo passaggio di atteggiamento, l’affiorare di dubbi e desideri dentro modi di secolare immobilismo. Va ascritto a coraggiosa novità l’aver scelto uno sguardo fatto di profondità e di sospensione del tempo: poche parole, molti silenzi, le azioni concitate collocate fuori campo, affidate solo a rumori e voci strozzate. Avvince l’idea di fissare il travaglio dei protagonisti in una rivoluzione interiore forse troppo personale per essere affidata al dialogo. La Sicilia come un western, e i protagonisti come la metafora di una nuova vita.

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