San Marco Evangelista al Campidoglio
Il parroco, mons. De Donatis: «Fare del centro il luogo per una preghiera costante e quotidiana per la città» di Gianluigi De Palo
Un cuore che pulsa nel centro di Roma, un centro di spiritualità aperto a quell’incrocio di vite e di storie che ogni giorno transitano per piazza Venezia. Una parrocchia viva nell’antica basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio animata dal sorridente operato di mons. Angelo De Donatis: «Vogliamo essere una presenza forte per tutte le migliaia di persone che passano qui davanti quotidianamente. La nostra attenzione è rivolta alle varie categorie di uomini e donne che per un motivo o per l’altro abitano questa porzione di centro storico durante il giorno. Vorrei che il centro di Roma non fosse solamente un richiamo artistico ma anche il luogo dal quale viene innalzata una preghiera costante e quotidiana per la città di Roma». Di notte, infatti, gli abitanti della parrocchia si riducono notevolmente. «Nel territorio di San Marco – spiega sorridendo don Angelo – ci sono solamente sessanta famiglie, per un totale di circa novanta anime. Il resto sono uffici, negozi, banche o ambasciate. Tuttavia questo è un luogo strategico nel quale, l’ho sperimentato in più occasioni, se si offrono momenti e possibilità di formazione, la risposta è grande».
Per questo ogni martedì alle 13.30, in un orario poco consueto per incontri di questo tipo, la parrocchia propone un approfondimento biblico sul Vangelo di Giovanni tenuto dalla professoressa Maria Luisa Rigato, biblista teologa presso l’università Gregoriana. «Abbiamo scelto quest’ora insolita per offrire la possibilità di valorizzare anche con la preghiera la pausa pranzo degli impiegati nei numerosi uffici della zona. Ne vengono una quarantina che, poi, si fermano anche a pregare nella cappellina della Madonnella, dove si tiene l’adorazione eucaristica quotidiana».
Per i giovani, il primo venerdì di ogni mese, si tiene la Scuola di vita: incontri di formazione permanente che si propongono di riscoprire i pilastri della fede concretizzandoli nella vita di ogni giorno. «In collaborazione con don Fabio Rosini, parroco di Santa Francesca Romana, e con don Luigi Tedoldi, parroco di Santa Maria a Setteville, abbiamo creato un appuntamento che ci permette di incontrare oltre quattrocento giovani provenienti da tutte le parrocchie di Roma. Cominciamo alle 19.30 con la Messa. Poi è la volta delle catechesi di don Fabio e don Gino. Il tema di quest’anno è “Come guarire dall’accidia”. Credo che dietro la grande partecipazione dei giovani a questi appuntamenti mensili ci sia soprattutto il desiderio di approfondire maggiormente la loro fede. Il tempo che stiamo vivendo, oltre ad essere permeato da una maggiore consapevolezza da parte dei credenti, è caratterizzato da una riscoperta del legame intimo con la Chiesa».
Oltre all’incontro di formazione per le religiose, alla lectio divina per i sacerdoti e ai corsi per la preparazione al matrimonio, nella parrocchia di San Marco ci sono tre comunità neocatecumenali. Ma l’attività senza dubbio più originale è la scuola iconografica tenuta dalla professoressa Luciana Siotto. «Abbiamo voluto creare questo corso – racconta il parroco – perché come ci ha ricordato più volte Giovanni Paolo II siamo chiamati a respirare a due polmoni e le icone rimandano istintivamente alla tradizione orientale. Oltre al fatto che sotto la basilica sono sepolti due martiri persiani Abdon e Sennen e che l’arte non può non essere parte integrante della formazione cristiana». Il corso che si tiene ogni sabato mattina conta una ventina di partecipanti. «Abbiamo cominciato a novembre – riferisce Siotto – con delle vere e proprie lezioni di iconologia; da gennaio invece siamo passati alla concretizzazione del lavoro». Disegno iconografico, preparazione della tavola con imprimatura, messa in opera dell’oro e utilizzo della tecnica del colore a tempera d’uovo, il tutto nella sala suor Rosalba a pochi metri dal Santissimo esposto quotidianamente. «Dipingere un’icona – continua Siotto – presuppone un cammino spirituale che ti cambia dentro. Dobbiamo combattere l’idea che l’icona sia un’espressione artistica orientale. Non è vero, è anche patrimonio occidentale. Siamo chiamati a riscoprire i codici di lettura e la grande capacità simbolica di questa forma espressiva perché l’importanza per un’icona non è che sia bella ma che sia giusta. Anche brutta, se è fedele ai dogmi artistici trasuda lo stesso spiritualità».
17 marzo 2006