Santa Brigida, come in famiglia anche senza chiesa
Visita alla comunità di Ottavia, guidata da padre Mattia: attività per i bambini e forte impegno della Caritas parrocchiale di Elena Pasquini
La parrocchia di Santa Brigida di Svezia, che ha accolto domenica in visita il cardinale vicario, non ha una vera e propria chiesa. Almeno non nel senso di un unico complesso che riunisce il luogo della celebrazione eucaristica, della catechesi, dell’attività pastorale. Eppure quando si entra nell’appartamentino – tre stanze, una cucina e un bagno – adibito ad oratorio e a spazio per la catechesi, ma anche base per il gruppo scout Roma 5 e ufficio parrocchiale, si ha l’impressione di essere in famiglia. Un locale adattato a chiesa dignitosa – anche se è al piano terra di un palazzo -, la cappella dell’ex Cottolengo della fondazione Don Gnocchi e l’abitazione dei padri completano gli “spazi” a disposizione. Storia di una parrocchia di Ottavia, alla periferia nord-ovest di Roma, che confina con la diocesi di Porto-Santa Rufina.
Padre Maciej Sierzputowski – per tutti padre Mattia – è il parroco dal 2005 di questa comunità ma vive il suo evolversi da quando la sua congregazione, quella dello Spirito Santo, ha accolto l’invito alla gestione della nuova parrocchia tra il 1998 e il 1999. «Sono felice per questa nostra comunità che sta crescendo – dice il parroco -. In tutti questi anni ho visto tanti cambiamenti. Tra questi anche l’impegno dei molti giovani, che danno vita alla nostra comunità». Il pensiero va all’iniziativa partita quest’anno per i bambini tra i tre e i sei anni. «L’ha avviata Luana. Sono impegnati in attività manuali. Il murales che è di là – e indica la sala accanto – l’hanno fatto loro». Qui funziona così. Si prende e si dà. Alessandro, per esempio, ha appena finito la riunione con gli adolescenti e inizierà quella dedicata ai giovani come lui tra poco: «Vista l’ora, mangio una cosa qui», dice entrando nel cucinino. Sorride padre Mattia mentre, allargando le braccia, dice: «Qui è sempre così».
Con tanti problemi di cui occuparsi. Lo dimostrano le circa 150 famiglie seguite dalla Caritas parrocchiale. E la situazione demografica del territorio. «La maggior parte dei parrocchiani non è romana. Così, durante i momenti forti dell’anno liturgico, mi trovo la chiesa piena di gente che non conosco mentre gli altri tornano nei paesi d’origine». Forse è proprio questo il cruccio di padre Mattia: non riuscire ad arrivare a tutti. «O perché non vogliono farsi trovare o perché non ci sono: qui la gente sta fuori casa tutto il giorno». Intanto, sperando che i problemi legati all’edificazione della chiesa si risolvano, il parroco confida: «La situazione attuale ci aiuta molto a essere comunità. È tutto povero, e i gruppi si dividono quello che c’è».
27 febbraio 2007