Santa Melania Juniore

Quando la trasmissione della fede passa anche attraverso la comunicazione della cultura, per farsi servizio di Francesco Lalli

I crocifissi medievali spesso raffiguravano con enfasi simbolica una doppia verità: da una parte il Cristo crocifisso, dall’altro lo splendore della sua resurrezione. La croce moderna posta in cima al campanile della parrocchia di Santa Melania Juniore, la prima ad essere istituita da Giovanni Paolo II durante il suo pontificato, esprime la medesima condizione. Così i due assi si fondono quasi l’uno nell’altro, richiamando un fascio di spighe, pane del Risorto che nutre la sua Chiesa.
Ben visibile da chi arriva dalla Cristoforo Colombo e imbocca sulla destra per il quartiere dell’Axa, la croce svetta a segnalare la presenza della parrocchia costruita negli anni Ottanta. «Effettivamente l’edificio fu terminato nel 1986 – racconta il parroco, don Andrea Lo nardo – e allora lo sviluppo basso dei luoghi di culto era una caratteristica architettonica. È una chiesa armoniosa». Bella e con una chiave di volta ben precisa su cui tutto si regge. Niente a che vedere con misteriosi meccanismi gotici, ma un segreto assai più semplice: «La normalità. Una parrocchia deve fare bene le cose normali, perché la normalità del cristianesimo è già straordinaria».

La sensazione, però, è che essa sia riuscita anche a trovare la giusta sintonia con il tessuto sociale di un quartiere divenuto famoso soprattutto per la nutrita presenza di giocatori della Roma – nella parrocchia, ad esempio, Damiano Tommasi ha tenuto due incontri dedicati alla demitizzazione del dorato mondo che ruota attorno al pallone – ma caratterizzato soprattutto da molti professionisti. «La maggior parte di loro – prosegue don Andrea – ha scelto di abitare qui per poter tornare nella propria villetta la sera e godere di pace e silenzio lontano dal trambusto della città. Questo naturalmente ha i suoi vantaggi in termini di sicurezza e tranquillità, tanto che si tratta di una zona ideale per la crescita dei bambini, ma offre anche qualche aspetto meno positivo come il rischio di isolamento e di perdita d’identità».

Come riuscire allora ad evitare la tentazione più o meno sentita di chiudere la porta in faccia al mondo? «Innanzitutto dando spazio all’incontro personale con tutti e con ciascuno, dal più piccolo al più grande», risponde suor Lina delle Suore di Gesù Buon Pastore (Pastorelle), che qui si occupa soprattutto della formazione. La chiave, prosegue, «è donare il proprio tempo, che è divenuto ormai il bene più prezioso, creando uno stile di accoglienza. Da noi non ci sono orari e nessuno spazio è precluso a nessuno. Questo si riflette positivamente anche nella catechesi con 125 bambini della Comunione, 2 gruppi di adolescenti e 70 Cresime solo quest’anno».

Una ricetta efficace, che raggiunge le famiglie attraverso il servizio ai più piccoli e ai ragazzi, a cui si aggiunge anche qualcosa in più: l’attività del centro culturale L’Areopago. «Si tratta di una realtà nata nel 1997 – spiega Giulia Balzerani, che è tra i responsabili – sulla scorta dell’esperienza avuta da don Andrea nella sua precedente parrocchia, Santa Chiara, dove aveva creato la realtà del centro Due Pini. Le attività sono molte: si va dalle conferenze agli incontri, dalle uscite culturali ai viaggi all’estero, ma anche iniziative editoriali come la pubblicazione di un volume dedicato ai luoghi giubilari edito nella collana delle Paoline». Un modo sobrio di descrivere una risorsa capace di iniziative importanti, come i cicli dedicati all’Islam, la serie «Leggere i classici» sulla Divina Commedia, e le conferenze dedicate più recentemente al «Fascino e rischio del buddismo» e alla «Storicità dei Vangeli». Appuntamenti caratterizzati da ospiti prestigiosi i cui materiali finiscono poi nel sito parrocchiale, con il piccolo record di quasi 2000 visite giornaliere.

«Comunicare la cultura è una delle dimensioni di cui si compone la trasmissione della fede – sottolinea al riguardo don Andrea – senza che ve ne sia una più significativa delle altre». Il che non vuol dire però conferire alla parrocchia una dimensione puramente intellettuale. A Santa Melania infatti ci si tira su le maniche nel quotidiano come per realtà lontane. È il caso del gruppo missionario impegnato su più fronti, che vanno dal Kenya allo Zambia, dalla Bielorussia alla Colombia, passando per la periferia di Rio De Janeiro dove è stato promosso il “Progetto classe” ovvero l’adozione a distanza di un’intera classe di studenti e non solo di qualche bambino da aiutare negli studi. A completare il quadro delle attività anche un servizio d’orientamento psicologico e la grossa mano data da molti anziani, ex avvocati, medici e professionisti in genere, nella consulenza per gli extracomunitari.

17 ottobre 2005

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