Sarajevo, 20 anni dopo il conflitto
Il cardinale Vinko Puljić ha raccontato alla Comunità di Sant’Egidio le speranze di pace di cristiani e musulmani chiamati a costruire insieme il futuro della «Gerusalemme d’Europa» di Nicolò Maria Iannello
È cresciuto durante il regime comunista. Negli anni ‘90 ha visto gli orrori della guerra in Bosnia, distinguendosi come difensore dei diritti umani. È la storia dell’arcivescovo di Sarajevo, il cardinale Vinko Puljić, che, in una pausa dal Sinodo dei vescovi in corso a Roma, ieri, lunedì 22 ottobre, presso l’Istituto romano San Michele all’Ardeatino, ha ripercorso alcune tappe del conflitto della Bosnia – Erzegovina, durante l’incontro “Essere cristiani a Sarajevo – Vivere insieme è il futuro”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio.
Nel titolo della conferenza echeggia il tema dell’incontro mondiale per la pace ospitato nel settembre scorso a Sarajevo, a vent’anni dall’inizio del conflitto. E quelle giornate di preghiera organizzate dalla comunità trasteverina secondo il cardinale Puljić sono «un segno per i cristiani e i musulmani del Paese che si può costruire insieme il futuro». Parole, le sue, piene di speranza che la convivenza sarà pacifica in quella che il beato Giovanni Paolo II definì la “Gerusalemme d’Europa”, Sarajevo, «crocevia di culture e simbolo di un’area dove si deve realizzare un dialogo tra i vari gruppi etnici».
E della storia di Sarajevo e della Bosnia, il cardinale Puljić è uno dei principali protagonisti. Ordinato sacerdote il 29 giugno del ’70, vive i primi anni del ministero nella diocesi di Banja Luka, in Bosnia, fino al 1978. Poi è assistente spirituale del Seminario minore a Zara per nove anni. Nel 1990 è nominato arcivescovo di Sarajevo da Giovanni Paolo II: una città che non conosce ma che non abbandonerà durante la guerra.
I primi mesi del mandato episcopale «erano dedicati alla costruzione della diocesi dopo la caduta del comunismo» ma «il sogno della democrazia – spiega il porporato – è durato poco». Un anno dopo, infatti, nel marzo del 1992 in Bosnia comincia la guerra tra le varie etnie presenti sul territorio: serbi, croati e musulmani che rivendicano indipendenza e autonomia.
Ad aprile dello stesso anno Sarajevo è sotto assedio delle truppe serbe: «La situazione era molto difficile – racconta il cardinale Puljić – e la città era diventata una vera e propria prigione»; furono distrutti «oltre 600 edifici religiosi e dopo la guerra il numero dei cattolici da 500mila circa arrivò a 200mila». E oggi sono rimasti «una minoranza in una città a prevalenza musulmana».
Nel 1994 Giovanni Paolo II nomina monsignor Puljić cardinale, dato che si era dimostrato instancabile testimone di speranza tra la gente e i sacerdoti. Finita la guerra nel ’95, a Sarajevo era tutto da ricostruire: «Erano necessarie parrocchie, scuole, centri Caritas, seminari e centri per giovani», spiega il porporato.
Ma per guardare al futuro della sua terra, il cardinale Puljić riparte dalle giornate per la pace di settembre, quando il patriarca serbo-ortodosso Irinej è entrato nella cattedrale cattolica di Sarajevo: un gesto che «indica la volontà di stare insieme», commenta il porporato. E ricordando quest’azione simbolica esorta «l’Europa a essere ottimista circa il futuro della città e a creare un clima di dialogo tra le varie etnie».
23 ottobre 2012