«Servire Cristo, ecco l’eredità di mio fratello»

La sorella del sacerdote ucciso in Turchia il 5 febbraio ricorda l’insegnamento di don Andrea di M. Maddalena Santoro*

Cosa mi ha lasciato Andrea prima della sua ultima partenza per la Turchia? Quale messaggio? Negli ultimi incontri, in particolare l’ultimo, ho incontrato un fratello, don Andrea, maturo, sereno, contento e appagato… La missione era tutto per lui, perché, attraverso di essa, sentiva di servire Cristo, la Chiesa e gli uomini. Inoltre, mai come negli ultimi tempi “parlava” della sua missione: di ciò che aveva maturato, a livello di idee, di sentimenti, di convinzioni. Lui che ha sempre ascoltato, ora voleva “dire”, quasi ne avvertisse l’urgenza.

Cosa mi ha detto? Oltre alla testimonianza di tutta la sua vita, vivere in radicalità il Vangelo e darne testimonianza, negli ultimi tempi, in particolare l’ultima volta che è venuto in Italia, mi ha trasmesso, in modo diretto, un messaggio, scritto anche in una sua ultima lettera, che riguarda il rapporto tra Oriente e Occidente. Il dialogo con l’Islam, diceva, è (e deve essere) in primo luogo un dialogo religioso, prima di essere culturale, politico e sociale. Il dialogo è tra religioni, ripeteva, e voleva che i “segni” religiosi fossero liberamente vissuti ed espressi, da entrambe le parti, in ogni luogo: in Italia, in Turchia e in altre parti del mondo. Andrea voleva che i musulmani “riconoscessero” i cristiani nella loro religione come i cristiani “riconoscono” i musulmani nella loro.

Questo discorso si sviluppa a cerchi concentrici: riguarda persone credenti che vivono nello stesso quartiere, nella stessa città, nello stesso Paese e si allarga agli Stati, ai Paesi islamici e ai Paesi cristiani, in Oriente e in Occidente, in un dialogo tra Oriente e Occidente. «Dialogo e convivenza – scriveva don Andrea – non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo), ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando ad ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata». Molte sono le conseguenze per me (e credo per noi) di fronte alla maturazione del suo pensiero. Ad esempio, il dialogo è possibile solo se c’è una presa di coscienza della propria identità: un concetto da riscoprire. Noi cristiani perdiamo terreno in questo dialogo religioso, che Andrea auspicava, in nome di una visione di laicità che lascia ampio spazio a una sorta di antireligiosità quale negazione ed emarginazione dei valori proposti dalle religioni. Ci soffermiamo a parlare solo di rapporto tra culture, e la religione, o i segni religiosi, vengono svuotati della loro interiorità. Troppo spesso, negli ultimi tempi, si afferma con le opere, oltre che con le parole, che il dialogo tra i valori desunti dalla fede e valori desunti dalla ragione non è possibile, e quindi viene negato od ostacolato.

Il dialogo, partendo dalla coscienza della propria identità, esige un riconoscimento dell’altro per quello che egli è, e questo da entrambi le parti: Oriente e Occidente. «Due errori credo siano da evitare – scriveva ancora don Andrea – : pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o l’assetto giuridico degli Stati».

In tante altre cose Andrea mi ha ammaestrato, a sua insaputa, e spero di lasciarle emergere man mano alla mia coscienza e di manifestarle senza tradirle, perché sono segnate dal sigillo del suo sangue, versato per molti sull’esempio di Cristo, al quale solo voleva conformarsi.

*sorella di don Andrea Santoro

26 febbraio 2006

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