Shakespeare con un buon Gullotta all’Eliseo

L’attore veste i panni di Sir John Falstaff nella commedia dal clima festoso “Le allegre comari di Windsor”, per la regia di Fabio Grossi di Toni Colotta

Natale e Capodanno con Shakespeare: si direbbe uno slogan turistico, ma lo applichiamo allo spettacolo in scena all’Eliseo, “Le allegre comari di Windsor” del sommo di Stratford. Si replica fino al 9 gennaio col rito ormai tradizionale della mezzanotte di fine anno tutti insieme, attori e pubblico, a brindare al 2011. Il clima festoso del resto è la dominante di questa commedia ingiustamente relegata da taluni fra le minori del Nostro.

Alle sue alte qualità teatrali hanno invece creduto, come tanti prima di loro, Fabio Grossi e Simonetta Traversetti ritraducendola con qualche adattamento per essere esaltata dalla pastosa regia di Grossi e soprattutto dall’interpretazione sorprendente di Leo Gullotta, ben integrati dalle musiche di Germano Mazzocchetti e da scene e costumi di Luigi Perego.

Soprattutto a quest’ultimo si deve la vistosa trasfigurazione del perno storico su cui si basa “Le allegre comari di Windsor”: una imponente figura a tutto tondo della regina Elisabetta I – mentore e protettrice del drammaturgo inglese – che giganteggia assisa sul trono. Per coglierne il senso si deve partire dal protagonista assoluto, Sir John Falstaff, cui Shakespeare diede consistenza storica ponendolo accanto a due re, nelle rispettive tragedie, Enrico IV ed Enrico V, raffigurandone anche la morte. Ma, secondo testimonianze affidabili, la sovrana Tudor, entusiasta del personaggio, pretese dall’autore di farlo ricomparire sulla scena.

Ed ecco perciò la ricomparsa nella nuova commedia ambientata in epoca precedente al decesso scenico, di un Falstaff alle prese con “le allegre comari”. Il nome del resuscitato è caro ai melomani per l’ammirazione che suscita da oltre un secolo il capolavoro estremo ricavatone da Giuseppe Verdi con la mediazione magnifica del librettista Boito. Un anglista del passato riteneva addirittura che il Falstaff verdiano fosse un accrescimento di quello shakespeariano. Ma l’originale inglese, se correttamente messo in scena, ha di suo ricchezze espressive a iosa. E l’allestimento dell’Eliseo coglie le principali.

Il gran panciuto Sir John non è una maschera farsesca della Commedia dell’Arte né un cialtrone: nell’insidiare goffamente le comari, spose fedeli, restandone beffato, sfodera arguzia, subisce, ma ha scatti di dignità. E Gullotta, imparruccato e imbottito a dovere, declina con finezza psicologica tutto questo, al centro, senza prevaricare, del colorato mondo di figure gustosissime con cui Shakespeare dipinge l’ambiente a ridosso della corte. Cui la regia di Grossi imprime un ritmo ordinatamente frenetico nel quale tutta la compagnia dà misura di una verve non smodata. Manca un po’ del lirismo finale nel bosco di Windsor ma, nella brillantezza del tutto, è peccato veniale.

20 dicembre 2010

Potrebbe piacerti anche