Skobcova, l’opposizione al nazismo
Da moglie e socialista rivoluzionaria a monaca della Chiesa ortodossa, uccisa in un campo di concentramento: la storia di Marija raccontata da Emilia Bea di Marco Testi
Chi nutrisse dubbi sulla natura dell’atteggiamento del cristianesimo, nella sua accezione più generale, nei confronti del nazismo, dovrebbe leggere questo “Marija Skobcova. L’esilio, la conversione, il lager nazista”, di Emilia Bea, esperta di Filosofia politica e docente all’università di Valencia. Non solo perché presenta una figura eroica, beatificata dalla Chiesa ortodossa nel 2004 e pressoché sconosciuta da noi, ma perché è una miniera di storie nelle storie, che colpiscono per la loro apparenza di fatalità, ma che sono in realtà legate dal paradosso (per l’uomo razionale) del tocco divino, che è a volte, ad uno sguardo superficiale e «borghese», come avrebbe scritto la stessa protagonista, follia e non senso.
Si prenda la vita stessa di Marija: quella che in realtà si chiamava Elizaveta Pilenko (era nata da una famiglia benestante a Riga nel 1891), era una socialista rivoluzionaria – un partito che pur da posizioni di sinistra si opponeva alla rigidità e al verticismo dei bolscevichi -: sposata prima al menscevico Kuz’min-Karavaev e poi a Skobcov, anche lui esponente dell’esercito bianco che si opponeva ai comunisti, fu sindaco lei stessa (fatto clamoroso per la Russia dell’epoca) di Anapa, poi esiliata in Francia e attiva nella Chiesa ortodossa fino a prendere i volti monastici e a soccorrere gli ultimi della società del tempo, non solo gli esuli come lei, ma vagabondi, folli, ebrei. Proprio per questa sua attività instancabile fu prelevata dalla Gestapo e portata nel campo di Ravensbrück nel 1943. Morirà in una delle camere a gas pochissimi giorni prima della liberazione, forse immolandosi al posto di un’altra detenuta.
La strada della monaca Marija presenta tante altre diramazioni fatali: il primo marito, Karavaev, si convertì al cattolicesimo ed entrò nei gesuiti; l’amato figlio Jurij, che aveva seguito la madre nel volontariato e nella dedizione completa agli altri, scomparve prima di lei, vittima anche lui della follia del nazismo. Il completo abbandono alla sua missione era sostenuto da un pensiero lucido. Una sua frase è illuminante: «Non esiste una questione ebraica: esiste una questione cristiana. Come mai non si capisce che la lotta è contro il cristianesimo?».
Marija era andata molto in là con la sua capacità di penetrare i tempi: è come se avesse letto documenti che non poteva conoscere perché rivelati molti anni dopo, ma che provano che l’obiettivo del paganeggiante nazismo era quello di spianare la strada ad una graduale eliminazione delle resistenze delle confessioni che si ponevano in quanto tali contro il Leviatano. Non una teorica pura, però, ma una donna che attraverso le varie fasi della sua avventura terrena ha testimoniato fino al martirio la condivisione con il destino dei segnati. Un volume utile che mostra una verità indiscutibile: tanti cristiani, di qualunque confessione, hanno messo a repentaglio la loro vita pur di non lasciare senza aiuto i condannati senza giustizia.
“Marija Skobcova”, di E. Bea, Effatà, 95 pp., 9 euro
6 aprile 2009