Sport e violenza. Quando lo stadio “tace”
Il centrocampista della Roma Tommasi commenta gli episodi antisemiti di gennaio: «Ho provato amarezza e impotenza» di Federica Cifelli
Roma-Livorno. Domenica 29 gennaio all’Olimpico si gioca, ma sugli spalti e fuori dallo stadio a un certo punto non è più il gioco il centro dell’attenzione. Uno striscione inneggiante allo sterminio ebraico nei campi di concentramento – lungo, tanto da essere ben visibile in tutto lo stadio – fa la sua apparizione durante il secondo tempo, esposto dai nazi-ultrà giallorossi in curva sud. Poco più sotto, un altro cartello osceno: “Gott mit Uns” (“Dio è con noi”), la scritta che i soldati di Hitler portavano impressa sui loro cinturoni. Lo striscione non viene tolto. La partita continua. La Roma vince. E il giorno dopo il ministro Pisanu fa sapere che la Digos aveva già trovato prima dell’inizio della partita nei pressi dell’Olimpico 6 bottiglie molotov e uno striscione con scritto “V’avemo bruciati vivi”, che i tifosi avrebbero dovuto esporre allo stadio. Il bilancio: 11 persone denunciate. E una precisazione importante: «Allo stato attuale delle indagini – sottolinea il ministro – si può ragionevolmente sostenere che i responsabili dei fatti di Roma appartengano a gruppi politici e non ad ultrà giallorossi».
Ne parla a Roma sette Damiano Tommasi, il centrocampista cresciuto nel Verona, dal 1996 con la maglia giallorosa, che nei giorni scorsi ha partecipato insieme ai suoi compagni di squadra, all’allenatore Spalletti e all’amministratore delegato della società Rossella Sensi a un incontro in Campidoglio con una rappresentanza della Comunità ebraica romana. Con loro anche alcuni rappresentanti della Lazio, fra cui il presidente Lotito, l’allenatore Delio Rossi e il capitano Fabio Liverani.
Roma-Livorno. Che effetto ti ha fatto visto dal campo quello striscione?
Durante Roma-Livorno ero in panchina e mi sono accorto dello striscione con un misto di amarezza e impotenza. Nessuna sorpresa perché purtroppo non è raro leggere cose assurde su striscioni esposti allo stadio. Amarezza perché una minoranza riesce a rovinare il clima di festa e impotenza perché non sapevo cosa si sarebbe potuto fare. Non so quanto sia rimasto esposto ma di sicuro troppo per il contenuto che aveva. Ho letto di difficoltà a farlo rimuovere ma una cosa mi ha sorpreso: che non ci sia stata una reazione, anche timida, allo striscione da parte del resto del pubblico. Forse come me sono rimasti allibiti e incapaci anche solo di fischiare.
Lo stadio negli ultimi anni sembra diventare sempre più facilmente cassa di risonanza di violenze, tensioni politiche, intolleranza che si respirano fuori. Come arginare questa situazione?
Una cosa che ho notato negli ultimi anni è la gran quantità di striscioni con messaggi incomprensibili per chi non frequenta le curve o non segue vicende politiche legate ai gruppi delle tifoserie. Lo stadio è sempre stato un ottimo luogo per far parlare di sé, nel bene e nel male. “Usare” lo stadio per lanciare messaggi pseudo politici o ripugnanti messaggi violenti e insensibili a ciò che è stata la storia di questo Paese è ormai cosa diffusa. Non so come si possa fare per limitare e circoscrivere il fenomeno anche perché spesso e volentieri sono gesti, cori, striscioni fatti esclusivamente per far parlare di sé, per sentirsi contro, per sentirsi alternativi o, peggio ancora, odiati dalla gente. Aumentare l’attenzione nelle scuole sull’insegnamento della storia del secolo scorso può senz’altro aiutare a far crescere nuove sensibilità e nuove menti capaci poi di reagire e proporre alternative positive.
Quale credi che potrebbe essere il ruolo dei protagonisti del calcio in questo senso?
Il nostro ruolo è senz’altro quello di non abbassare la guardia, di condanna continua e di disponibilità a qualsiasi progetto possa aiutare a migliorare la situazione. Non so se siano da valutare altri gesti quali l’interruzione da parte nostra della partita fino alla rimozione degli striscioni o fino alla cessazione dei cori, o se invece queste cose possano al contrario stimolare queste “menti” a compiere assurdità per far parlare di sé. Si potrebbe anche prendere le distanze da questi “tifosi”: di sicuro una cosa che si può e si deve fare è esaltare e lodare i tifosi positivi e il pubblico perbene. Senz’altro il più numeroso.
Come uomo, prima ancora che come giocatore, senti su di te la responsabilità di tutti quegli occhi che ti guardano, allo stadio e non solo?
Diventare calciatore professionista è il frutto di un’abilità tecnico-atletica e di capacità fisiche particolari; non serve e non è scontato essere consapevoli del ruolo pubblico. Da tanti anni ormai i calciatori stanno ricoprendo anche il ruolo di esempio per tanti giovani e di questo dobbiamo essere consapevoli. Non è facile perché non siamo preparati a questo. La mia responsabilità poi è doppia visto che le mie figlie guardano spesso il loro papà in tv e ne sentono parlare dalle amiche e dagli amici. L’allenamento nell’attenzione ai nostri gesti è tanto importante quanto l’addestramento tecnico.
13 febbraio 2006