Suor Marcella Farina

La religiosa, membro del comitato organizzatore delle Settimane Sociali, ne illustra il tema: il bene comune di Francesco Lalli

“Movimento cattolico e azione sociale. Contratti di lavoro, cooperazione e organizzazione sindacale. Scuola”: fu questo, cento anni fa, il tema scelto dal venerabile Giuseppe Toniolo, professore di economia all’Università di Pisa, e dai suoi collaboratori per la prima “Settimana Sociale dei cattolici italiani”. Da allora, l’iniziativa si è ripetuta per 44 volte ed è giunta a festeggiare il centenario con il titolo “Il Bene comune oggi. Un impegno che viene da lontano”. Edizione in programma a Pistoia e Pisa dal 18 al 21 ottobre prossimi. Delle attese e degli scenari legati all’evento parliamo con Suor Marcella Farina, docente di Teologia fondamentale e di Teologia sistematica alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” e membro del comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali.

Al centro dell’appuntamento di quest’anno, c’è il tema del “bene comune”. Proprio in una fase in cui la società italiana vive un profondo distacco dalla politica, percepita come un mondo a sé stante, che guarda alla gestione del bene privato e dei propri interessi. Che strada può indicare l’appuntamento di Pisa e Pistoia di fronte a questo sentimento diffuso?
La scelta del bene comune, come impegno che viene da lontano, ci fa vedere una Chiesa che vuole operare un processo di discernimento personale e comunitario, individuando un nucleo di valori consistenti, per stare insieme come famiglia umana. Il richiamo alla questione antropologica ci porta, in questo senso, al fondamento del bene comune, evitando di confonderlo con il bene totale, il bene individuale o privato. Il bene comune guarda alla dignità della persona, fa sì che s’individuino i suoi bisogni: universali, inviolabili e indivisibili. Solo per questa via e non attraverso la radicale messa in discussione delle istituzioni, si può tentare di rigenerare il tessuto della convivenza umana in una società in cui esso appare sempre più lacerato.

Nella pratica, però, quale atteggiamento dovrebbe mutare per primo?
Occorre superare una forma d’afasia e d’autocensura sul pronunciarsi nei confronti di ciò che è bene e ciò che è male, ciò che vero e ciò che è falso, che ha caratterizzato in questi anni i cattolici. Bisogna uscire dalla “latitanza” in cui ci ha confinato il pensiero illuminista che la religione sia un fatto privato. Il rischio, come ha detto il Papa, è quello di “licenziarsi dalla Storia”.

Quali sono, oggi, le sfide dell’educazione alla cittadinanza e, soprattutto, quali gli ambiti in cui promuoverla?
Un primo elemento, essenziale, è superare l’idea sessantottina di una pedagogia non direttiva. Ovvero, che può esistere un’educazione senza radicamento. L’educazione non può essere indifferente a valori che vengono da una lunga esperienza umana e che conducono la persona a conoscere le proprie risorse interiori mettendole a frutto nella vita. I contesti d’applicazione sono sempre gli stessi. La scuola, la famiglia, la Chiesa ma, e forse non se ne parla abbastanza, direi soprattutto il mondo della quotidianità: la correttezza nell’ambito lavorativo, l’onestà nella propria attività professionale, la passione e la competenza, sono tutti aspetti che comunicano un valore antropologico. D’altra parte l’educazione è comportamento secondo un progetto di vita, se rimane teorica diventa istruzione.

Le energie migliori del mondo cattolico, però, sembrano spesso al di fuori dell’impegno politico diretto, e impiegate in contesti come il volontariato o le opere di carità. Come riscoprire una dimensione più incisiva di partecipazione?
Assumendo una maggiore coscienza dell’azione che si svolge. Il volontariato a cui lei faceva riferimento, ad esempio, deve acquisire la consapevolezza di avere una dimensione pubblica e quindi di costruire fattivamente la città e, al suo interno, il bene comune. Allo stesso tempo, la politica deve uscire dalla dimensione ideologica-partitica per comprendere di essere al servizio della “Polis”. Ciascuno di noi ha un compito per costruire la società italiana, deve farlo bene e comprenderne l’importanza, perché non tutto è negativo così come vorrebbero farlo apparire i media. Pensi all’esperienza di tante famiglie che nella vita quotidiana con sacrificio costruiscono un futuro per i propri figli.

Ma nel nostro Paese abbiamo un’idea di società civile che vive solo nella misura in cui lo Stato la riconosce come tale e la sostiene. Può venire dai cattolici un esempio di rovesciamento di questo rapporto?
Stato e società civile vanno rapportate più coerentemente. Questo significa che lo Stato potrebbe fare un passo indietro su elementi di sussidiarietà che la società civile può tranquillamente gestire da sola con un minimo d’intraprendenza. Mentre la comunità cristiana dovrebbe fare un passo in avanti nella consapevolezza del proprio patrimonio storico e della sua forza. D’altra parte, però, il riconoscimento e quindi il sostegno dello Stato non può essere eliminato come se fosse un aspetto del tutto indifferente. Riconoscere l’apporto del cittadino è doveroso, così come garantire a tutti pari opportunità.

4 ottobre 2007

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