Thomas Merton, un “viandante di regni”
Antonio Montanari, monaco olivetano, analizza la figura e ripercorre la storia del frate trappista e scrittore di Marco Testi
“Un viandante di regni. Thomas Merton” è un libro in grado di scavare a fondo non solo nella complessa figura di Thomas Merton (1915-1968) ma in quella zona d’ombra nella quale hanno camminato alcuni cercatori di Dio. Perché con la figura del monaco trappista e scrittore ci avviciniamo allo spazio mistico, al non-luogo in cui cadono alcune barriere e emergono strutture psichiche profonde, nonché avvicinamenti ad altre forme di meditazione. Ma c’è un elemento in più, che fa la differenza con qualsiasi studio su Merton: l’autore, Antonio Montanari, è egli stesso monaco, olivetano (appartenente cioè ad una delle riforme benedettine), in una abbazia nei pressi di Milano.
In realtà il volume si compone della trascrizione di due conferenze sulla figura di Merton (e altri documenti in appendice), dalle quali emerge sicuramente il profilo di un uomo inquietamente teso alla ricerca di qualcosa che spesso gli sfuggiva: elemento che peraltro risulta anche dalle lettere – alcune delle quali è possibile leggere in “Il coraggio della verità” – a celebri scrittori. In quelle a Evelyn Waugh, ad esempio, emerge una costante, assillante volontà di porsi a confronto con la scrittura degli altri, di correggersi, di migliorarsi, accanto a momenti di scoraggiamento dovuti ai contrasti con il mondo dell’organizzazione, dell’economia monastiche, non solo quelli privilegiati della preghiera e della contemplazione. Come confessava a Henry Miller nel 1962, Merton aveva i suoi idoli da abbattere, in questo caso l’idolatria delle cose causata non solo dalla società dei consumi, ma anche da una concezione della religiosità che non si sa «districare dagli idoli, poiché non puoi toccare nulla che non sia da loro contaminato».
Il problema sollevato soprattutto all’interno della Chiesa è proprio questo: il persistere di una forma individualizzata e non sempre pacificata di confronto con la gerarchia, con il dogma, gli orizzonti dottrinali, e talvolta con la stessa realtà. Ci si è interrogati soprattutto su due ordini di cose: sul mistero della sua morte in un incidente automobilistico nei pressi di Bangkok, dopo una conferenza, e sulla sua ricerca di spiritualità che lo portò da una parte a sfiorare altre culture e altre forme di spiritualità, dall’altra a isolarsi sempre di più in una direzione fortemente ascetica.
Montanari è tra quelli che non credono alla deriva di Merton verso altri lidi, qualsiasi essi fossero, perché coglie in molti scritti del monaco trappista una nostalgia dell’origine comunitaria, una tensione spasmodica, avrebbero detto i romantici tedeschi, verso l’origine della sua rinascita spirituale. Ma basta un’occhiata ad altre grandi espressioni mistiche, come la notte oscura di Giovanni della Croce, o all’esperienza spirituale di Teresa di Calcutta, per convincerci che l’alternanza di certezza e di sofferenza, di illuminazione e di buio sono intrinseche a queste aspre e terribili irruzioni del divino nell’umano.
“Un viandante di regni. Thomas Merton”, di Antonio Montanari, 10 euro, 108 pagine
30 marzo 2008