Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo

Lo “stile” della comunità guidata da don Pansa: «Ricondurre a una unità pastorale problematiche multiformi» di Giulia Rocchi

Il sole quasi squaglia l’asfalto, sulla Circonvallazione Gianicolense. Ma sembrano non accorgersene i due anziani seduti all’ombra, su una panchina, in piazza della Trasfigurazione. Lì davanti, sullo scivolo e l’altalena, si divertono i bambini. Mentre la mamma bussa alla porta dell’ufficio parrocchiale. Sul lato sinistro della piazzetta, infatti, sorge la chiesa della Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo. Circa 30mila parrocchiani, per un territorio che va da Forte Bravetta fino quasi all’ospedale San Camillo, a Monteverde. Palazzine basse, abitate da famiglie romane ma anche da numerosi stranieri. Per questo la parola d’ordine, nella comunità guidata da 13 anni da don Battista Pansa, è: accoglienza.

«Non ha molto senso elencare tutte le attività che facciamo in parrocchia», risponde quando gli si chiede di descrivere la vita alla Trasfigurazione. Seduto alla sua scrivania, dietro le spalle le foto con Giovanni Paolo II, don Battista illustra, piuttosto, il metodo, «lo stile», che si segue qui a Monteverde. «Il punto fondamentale – spiega – è ricondurre a una unità pastorale le problematiche multiformi della comunità». Come? «Il raccordo sta nel Consiglio pastorale – dice –, formato da 5 preti e da 45 laici. Il Consiglio elabora le linee guida per un triennio, tenendo conto sia di quanto fatto nei tre anni precedenti sia delle indicazioni della Diocesi e della Santa Sede». Dunque, nell’anno pastorale che si sta concludendo, il tema che lega le varie iniziative è “Comunicare la fede in un mondo che cambia”. Comunicare, sottolinea ancora il parroco, «a coloro che frequentano la parrocchia, a quelli che ne intercettano la vita nella richiesta di sacramenti, e a chi professa altre religioni, cristiane e non».

Innanzitutto, quindi, alla Trasfigurazione sono in programma diversi appuntamenti per «non dimenticare i vicini», come dice don Battista. Per chi frequenta la Messa domenicale, insomma, ma vuole approfondire la Parola di Dio ed essere parte attiva della comunità parrocchiale. Il martedì sera c’è la Lectio Divina, mentre ogni venerdì la scuola di formazione biblico-teologica, i cui corsi sono in genere frequentati da un’ottantina di persone. «Il prossimo anno riprenderemo la Cristologia – anticipa il sacerdote – partendo dal testo di Papa Ratzinger “Gesù è il Signore”».

A coloro che si avvicinano alla parrocchia solo per richiedere un sacramento, invece, «bisogna far capire la maternità della Chiesa», sottolinea don Battista. «È necessario – aggiunge – che si sentano accolti». A prescindere da situazione familiare o scelte di vita. Quando una coppia si presenta a chiedere il battesimo per il figlio, per esempio, non importa quale sia il loro stato civile. Quello che conta è dare il benvenuto al bambino nella famiglia dei battezzati. «Prima del battesimo – spiega il parroco – una coppia di catechisti va a far visita ai genitori, e porta loro del materiale didattico. Si organizzano alcuni incontri in casa, nelle settimane che precedono la cerimonia. Poi il sacramento viene impartito durante la Messa principale della domenica: una volta al mese, per tutti i bambini della parrocchia». Nessuna liturgia ad hoc, dunque. «Il giorno precedente, il sabato – racconta ancora don Battista –, tutte le famiglie che riceveranno il sacramento si incontrano con me per i riti preparatori». La domenica, in tal modo, rimangano solo il battesimo vero e proprio e la professione di fede. Al termine della celebrazione eucaristica «le famiglie festeggiano tutte insieme con i loro parenti nel chiostro della chiesa», dice il sacerdote. Un discorso analogo vale per le Comunioni, celebrate durante la Messa domenicale per gruppi di 10 bambini.

L’accoglienza va al passo, naturalmente, con l’ecumenismo. «Nel quartiere vivono molte famiglie ebree – dice don Battista – e anche molti egiziani cristiani copto-ortodossi». Con entrambi si cerca di favorire il dialogo. «Con le comunità ebraiche – racconta – abbiamo festeggiato insieme la Pentecoste, oppure il Purim, il carnevale». Con i copti-ortodossi il legame è ancora più stretto. Il salone sotto la chiesa, infatti, viene lasciato loro per celebrare la Messa domenicale, in arabo. E le aule del catechismo sono a disposizione della comunità egiziana per la preparazione ai sacramenti. «Con il loro parroco, padre Antonio – racconta il sacerdote –, abbiamo anche pensato a delle catechesi comuni. Speriamo di poterle realizzare presto. Perché l’unità dei cristiani deve partire dalla base».

19 giugno 2007

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