Un male dei nostri tempi: la depressione

di Angelo Peluso

Un quesito da sciogliere (e non sempre è facile farlo) è valutare se la risposta depressiva rappresenti una “modalità tipica dell’individuo” (e quindi insita nella sua struttura di personalità) o sia la reazione più immediata ad una situazione stressante. «La depressione è la risposta alla concreta percezione della patologia negli altri. È il riconoscimento dell’inutilità di qualsiasi sforzo per alleviare il dolore del mondo» (Withaker).

I personaggi descritti da Pirandello e da Conrad possono essere un ottimo punto di riferimento per cogliere i paradossi dell’esistenza umana, le contraddizioni, le comicità spontanee, le tragedie interiori. Le vicende legate alla storia personale, la difficoltà di stabilire delle vere relazioni intime, ci fanno capire come possa essere “dubbia” qualsiasi diagnosi o criteri differenziali. La famiglia di origine ha dato ad ognuno i primi riferimenti di “lettura e interpretazione della realtà”: le prime incongruenze nascono proprio quando l’individuo deve confrontarle con un altro/a significativo.

Potremmo definire la depressione come “l’incapacità a sentirsi protagonisti in prima persona della propria vita e, inoltre, non poter incidere sul sistema esterno (dal partner, alla famiglia, alla società)”.

Nello studiare una relazione di coppia usiamo la metafora del gioco: i due partners danno vita nel tempo ad un loro caratteristico gioco relazionale frutto di negoziazioni – esplicite e implicite – che rendono funzionale o disfunzionale quel rapporto. Il sintomo in quest’ottica è visto come una mossa relazionale che è sia “progettata” dall’individuo sia influenzata dall’altro.

È evidente la complessità del “gioco” in atto in quelle coppie dove uno dei partners “usa” la depressione come risposta abituale. La stessa scelta del partner rientra in una peculiare “logica relazionale” in cui è determinante il ruolo della famiglia di origine.

Se leggiamo il sintomo come “mossa relazionale” all’interno di un peculiare “gioco in atto”, la depressione diventa “un comportamento che influenza notevolmente la relazione”. La crisi depressiva diventa un attacco al partner (per colpevolizzarlo, per spingerlo a cambiare atteggiamenti) o un tentativo utopistico di ritirarsi dal gioco. La risposta dell’altro è quasi sempre “l’immobilità”, il non sapere cosa fare, il timore (amplificato dall’altro/a) che ogni atteggiamento è sbagliato. Si crea, in altre parole, una situazione di stallo che potrebbe pericolosamente coinvolgere qualche figlio.

La risposta depressiva alla crisi potrebbe diventare invece l’occasione per rivedere su basi diverse il legame con l’altro: una depressione attiva – se così possiamo chiamarla – che mette in moto una reale ristrutturazione all’interno della coppia.

L’individuo che tende alla depressione ha spesso ricevuto messaggi del tipo “tu vali se controlli le situazioni….”, ma anche “resta a guardare e non prendere iniziative …”. La risposta depressiva alla situazione stressante è comunque il timore di “uscire di scena”, di perdere alcune certezze su cui si era basata la propria identità.

Si arriva a creare una situazione in cui nessuno capisce l’altro e ognuno si sente vittima e persecutore, ma in realtà non solo nessuno sa veramente quello che vuole, ma ognuno è anche “ostaggio dell’altro” in un gioco sena vie di uscita. La funzionalità su cui era nata la coppia è venuta sempre più meno. I messaggi contraddittori ricevuti in famiglia, hanno creato una identità sempre confusa e, quindi, hanno spinto alla ricerca di “figure significative” rassicuranti: sull’altro/a si erano risposte aspettative spesso utopistiche creando perciò molti inganni, collusioni, false complicità.

Il lavoro terapeutico mette in risalto quanto sia difficile “saper osservare” il comportamento delle coppie soprattutto perché esistono sottili complicità “desiderate e temute” sulle quali un terapeuta può solo costruire ipotesi fantasiose non sempre documentabili.

La varietà dei giochi in atto, le stranezze di ogni individuo (legate anche al variare di costumi, ai grandi eventi che sconvolgono l’umanità ecc.) rendono ancora più difficoltoso seguire “una logica” su cui basare il proprio lavoro clinico.

Tutto questo ci fa riflettere su quanto possa essere riduttiva una diagnosi e, all’incontrario, su come “la tendenza a fare diagnosi” sia un bisogno del terapeuta per aggrapparsi a delle certezze. I manuali di psichiatria sono una buona base di partenza, ma non sono in grado di descrivere la variabilità dell’agire umano e, anzi, finiscono talvolta per creare confusione. Un bravo terapeuta dovrà dare al lavoro clinico la forza creativa necessaria per “sciogliere” tutti i nodi relazionali, fonte di malessere per le nostre coppie.

8 maggio 2009

Potrebbe piacerti anche