Un viaggio all’origine dell’Inghilterra
La “Storia degli inglesi”, di Beda il venerabile, riproposta in edizione critica dalla fondazione Valla e da Mondadori di Marco Testi
Ogni volta che pensiamo alla cultura enciclopedica e al genio universale non possiamo fare a meno di rivolgerci al Rinascimento italiano, a Leonardo soprattutto, o a Pico della Mirandola. A quella temperie culturale che vide, tra la seconda metà del Quattrocento e la prima del secolo successivo, una irripetibile fioritura di un pensiero globale. La convinzione che l’universalità del genio sia una esclusiva di quel periodo è messa in discussione dall’esistenza di uomini portatori di una cultura altrettanto enciclopedica in epoche diverse. È il caso di Beda il venerabile (672-735), monaco benedettino nato a Monkton, nello Yorkshire, vale a dire nella «terra degli Angli», di quella popolazione germanica – cui apparteneva Beda stesso – che invadendo l’isola britannica le dette poi il nome che la consegnerà alla storia. Beda possedeva una cultura onnivora, che andava dalla retorica alla letteratura, dalla storia all’esegesi biblica, dal calcolo del tempo alla storia naturale. Una cultura con radici ben salde nella storia del suo Paese, che lo portò a scrivere l’opera che doveva renderlo immortale: la “Historia ecclesiastica gentis Anglorum”, terminata nel 731.
Opera per certi versi paradossale, perché un rappresentante degli invasori Angli narrava soprattutto delle popolazioni celtiche assoggettate. Beda, tanto per mettere in pratica la sua sterminata – per allora – cultura storica, la prese da lontano, cioè da quando le navi di Cesare arrivarono nella brumosa isola dei Pitti e degli Scoti. Oggi è possibile leggere questo essenziale documento grazie all’edizione critica della fondazione Valla e di Mondadori, tradotta da Paolo Chiesa e curata da Michel Lapidge. Grazie alla conoscenza e all’uso delle fonti in suo possesso, Beda ripercorre la complessa formazione dell’Inghilterra: la crisi dell’Impero romano; l’invasione di Angli e Sassoni; le evangelizzazioni che provenivano soprattutto dall’Irlanda e da Roma (per ordine di Papa Gregorio Magno) per poi permettere alla stessa Terra degli Angli di inviare a sua volta missionari in altre terre.
Il libro rappresenta una pietra miliare per la storia di una nazione, come è stato per Paolo Diacono con la sua “Storia dei Longobardi”, alla quale non a caso attinse Manzoni per il suo “Adelchi”, perché ci mette in grado di illuminare la nebulosa galassia degli eventi inglesi nel primo Medioevo. In una fase, cioè, che ha visto nascere leggende e miti che se da una parte hanno basi storiche dall’altra hanno travisato la reale portata dei fatti caricandola di valori talvolta più moderni che storicamente accertabili. Nata come storia ecclesiastica, l’opera principe di Beda ci dà strumenti generali per capire quel passato, anche grazie ad una naturale propensione al racconto e all’aneddoto, che sembrano quelli di un testimone diretto dei fatti narrati. Fatti che terminano nel 730, quando Beda, in effetti, era all’apice della sua vastissima ricerca.
“Storia degli Inglesi”, 400 pagine (più 186 di introduzione), 27 euro
22 giugno 2008