«Università, laboratorio di futuro»
Intervista al rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi, alla vigilia dell’83ª giornata dedicata all’Ateneo di Francesco Lalli
Il 22 aprile ricorre l’83ª giornata per l’Università Cattolica, tradizionale appuntamento di sensibilizzazione e raccolta fondi voluto, all’inizio del secolo scorso, dai cattolici italiani come segno di attenzione e affetto verso la “loro” Università. Del tema dell’evento, “A quarant’anni dalla Populorum Progressio. Approfondire il sapere e allargare il cuore per una vita più fraterna e universale”, ne parliamo con il rettore Lorenzo Ornaghi.
Professor Ornaghi, qual’ è il senso che questa giornata vuole trasmettere?
Le ricorrenze tendono un poco a disperdere nel tempo lo specifico da cui hanno avuto origine. Ma è a queste che vogliamo guardare, e al progetto culturale dal quale è nata, all’inizio del secolo scorso, l’Università Cattolica. Essa fu la realizzazione di un sogno, che divenne realtà grazie anche ai numerosi e diffusi contributi dei cattolici italiani. Sottolineare questa vicinanza con la comunità dei credenti è per noi sempre fondamentale.
Nel testo della “Populorum Progressio” si legge: “fare conoscere e avere di più, per essere di più: ecco l’aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero di essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio”. Parole attualissime di fronte alle quali la visione cristiana dello sviluppo ha ancora un futuro?
Non solo ha un futuro ma ne ha di più di quanto ne abbiano le ideologie che hanno interpretato, o interpretano per altre vie, il sistema globale. Tutto ciò per una ragione assai semplice: la “visione” espressa dal cristianesimo non guarda esclusivamente al benessere materiale, ma anche a quello spirituale. Ciò spiega perché il magistero sociale della Chiesa si sta dimostrando tanto profetico su molti aspetti: penso, in particolare, al legame tra sviluppo e pace, a quello tra sviluppo e ambiente e al tema della sussidiarietà.
Quale ruolo gioca nella sua promozione il contributo che può venire dalle università?
Si tratta di un contributo di grande rilievo, soprattutto per l’Università Cattolica. Uso un termine forse un po’ abusato, “epocale”, ma non c’è dubbio che il momento che stiamo attraversando sia tale. Quello che stiamo percorrendo è un tornante di grandissima importanza per la storia dell’Europa e del mondo, in cui ci si accorge in maniera sempre più consapevole che la cultura non è un elemento esteriore o accessorio della vita dei popoli e delle persone, ma è decisivo e fondante. In questo senso direi che la società moderna sta sperimentando la concretezza della cultura e le università devono davvero rappresentare un laboratorio di futuro per le nuove generazioni, offrendo ai giovani la consapevolezza che – malgrado la frammentazione propria dell’universo del sapere – occorre dominare una parte di esso proprio per non rimanere imprigionati nella parzialità dei “saperi”.
Gli scenari attuali però sembrano suggerire che il progresso della scienza ben difficilmente porta “ad una comunità umana più universale” come invocato da Paolo VI…
Le conquiste del sapere uniscono e non dividono, quando però vengono ben impiegate. Per capire il problema bisogna guardare alla prima Enciclica di Benedetto XVI “Deus Caritas Est”. Se si prende in esame la sua stessa ripartizione, nella quale il motore dell’idea cristiana e del suo avanzare nella storia è indicato nella carità e nelle sue molteplici articolazioni, direi che essa è la “conditio sine qua non” del radicamento del progresso nell’umano.
Nell’enciclica del 1967 si parlava come di una risorsa fondamentale anche della famiglia: “naturale, monogamica e stabile, quale è stata concepita nel disegno divino (cf. Mt 19,6) e santificata dal cristianesimo”. I Dico allora erano lontani, ma oggi?
Questo è effettivamente un elemento di straordinaria attualità di quel testo in cui si sottolinea come la famiglia debba restare un “luogo d’incontro di più generazioni che si aiutano vicendevolmente…”. Una definizione che aiuta a capire una volta di più il pasticcio legislativo a cui si è voluto dare vita e il tradimento perpetrato nei confronti dello “spirito” originario da cui sorge l’istituto familiare.
All’inizio ha parlato di un’Università Cattolica sorta da un progetto culturale. Lei fa parte del gruppo di esperti e consulenti del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei. Quale funzione può svolgere questo strumento accanto ad una realtà come quella accademica nella prospettiva di “Approfondire il sapere e allargare il cuore”?
La risposta è nel cammino già attuato dal Progetto Culturale orientato in senso cristiano, forse l’intuizione maggiore non della Chiesa, ma della cultura italiana degli ultimi dieci anni. Esso si è mosso, e credo continuerà sempre di più a farlo in futuro, proprio su questa linea duplice di promuovere una cultura autentica e all’altezza dell’antropologia contemporanea e di favorire una riflessione non elitaria ma orientata ai molti ambiti che caratterizzano la società italiana.
20 aprile 2007