Veglia ecumenica a Rebibbia: «Unità e accoglienza» alla periferia dell’umanità

Alla casa circondariale, la preghiera in preparazione alla Pentecoste. Il vescovo Zuppi: «L’amore di Dio ci trasforma e rimette assieme i pezzi della nostra vita» di Ma. Fin.

La casa circondariale maschile di Rebibbia è il luogo scelto quest’anno dalla Diocesi di Roma per la veglia ecumenica in preparazione alla Pentecoste. Nel cosiddetto “Nuovo Complesso” si trovano ristretti circa 1800 uomini a fronte dei 1100 previsti sulla carta. Una condizione di sovraffollamento che rende difficile la vita quotidiana e che fanno del carcere una di quelle «periferie» del mondo denunciate da Bergoglio. «Abbiamo scelto il carcere per dare un segno di unità e, come il Papa ci ha chiesto, anche per raggiungere le periferie dell’umanità».

Monsignor Marco Gnavi, incaricato diocesano per l’ecumenismo e il dialogo, spiega così il senso della veglia tenutasi il 3 giugno all’interno dell’istituto penitenziario. «La promessa che vi facciamo – dice, rivolgendosi ai detenuti che partecipano alla preghiera – è che porteremo le vostre attese fuori dal carcere». Don Sandro Spriano, cappellano a Rebibbia, ricorda la visita pastorale che Benedetto XVI fece in quel luogo nel 2011: «Invece di celebrare la messa dialogò con tutti noi. Uno gli disse: “Là fuori si parla male di noi”. Ratzinger rispose: “È vero, e si parla male anche del Papa. Io però parlerò di voi”. Siamo uomini privati della libertà – insiste il sacerdote – ma con il desiderio di tornare ad essere accolti e non separati dalla società. Per questo vi prego: parlate bene di noi».

Evento di comunione e dialogo ecumenico, la veglia è presieduta da monsignor Matteo Zuppi, vescovo ausiliare del Settore Centro. Accanto a lui sull’altare della Chiesa costruita nei primi anni novanta tra le mura del carcere romano, anche i rappresentanti di altre confessioni come ad esempio, per i romeni ortodossi, l’archimandrita Atanasio, il pastore luterano Jens Martin Kruse e il pastore valdese Antonio Adamo che spiega come la loro presenza lì sia «un piccolo segno che tuttavia contiene un messaggio di solidarietà e di simpatia perché di fronte al Signore si è tutti in debito».

Nella navata della chiesa tanti detenuti ascoltano in silenzio l’omelia di monsignor Zuppi che parla della gioia che vince la rassegnazione, la stessa che pervase i discepoli «quando alla morte di Gesù pensarono “È andata male” e invece lo Spirito Santo che scese su di loro per consolarli finì per cambiarli». E come si cambia? Alla domanda il vescovo ha una risposta chiara: «Si cambia quando sentiamo di essere amati». Quindi propone un esempio di vita e indica un percorso: «Una volta conoscevo un tipaccio che di sei parole pronunciate, cinque erano bestemmie e parolacce. All’improvviso è diventato un “micione”, come si dice a Roma, e sapete perché? Si era innamorato, aveva trovato una “lei” che lo aveva cambiato col suo amore. E pensate un po’, con lo Spirito di Dio questo amore è ancora più grande perché rende nuovo ciò che è vecchio e innocente il peccatore».

L’invito è ad aprire quel cuore «per fare spazio a Dio» e «a dare, a nostra volta agli altri l’amore e la speranza ricevuti». Secondo una tradizione giapponese, conclude Zuppi, «quando si rompe un vaso si rimettono insieme i cocci, unendoli con l’oro cosicché il vaso è più prezioso di prima. Questa è Pentecoste: Dio che rimette assieme i pezzi della nostra vita».

5 giugno 2014

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