Vita consacrata, dono per Roma
Accanto ai detenuti, in parrocchia, a scuola con i ragazzi: sono le religiose e i religiosi della diocesi, che Benedetto XVI riceverà in udienza sabato 10 dicembre di Laura Badaracchi
«Ci stiamo preparando al Natale scrivendo gli auguri alle famiglie di origine delle donne che incontriamo in cella»: da 12 anni suor Edita Moreno varca le porte di Rebibbia per portare alle detenute straniere e italiane «innanzitutto il messaggio evangelico, presentando il Regno di Dio in maniera semplice, offrendo a chi lo desidera la catechesi battesimale o in vista di altri sacramenti, come la cresima e il matrimonio». Originaria del Venezuela, la religiosa 57enne parte dalla casa generalizia delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento per offrire alle donne del carcere «ascolto, condivisione, aiuto nelle prime necessità»; quando escono dal penitenziario, sono sostenute nella ricerca di un lavoro e di una casa, ma anche accolte nell’Istituto delle suore durante i permessi premio o gli arresti domiciliari. «La nostra vocazione è stare accanto alle donne in difficoltà: dalle tossicodipendenti alle prostitute. In carcere questi e altri gravi problemi si concentrano», riferisce suor Edita, che è una delle 23mila religiose presenti nelle 1.200 comunità femminili che vivono a Roma, chiamate a partecipare sabato 10 dicembre, nell’Aula Paolo VI, all’udienza di Benedetto XVI. Alle 11 le religiose si ritroveranno per recitare il Rosario, insieme ai religiosi (4.500 in 400 comunità maschili), agli altri consacrati (appartenenti a 70 Istituti secolari e a gruppi, movimenti e associazioni ecclesiali, con 50 vergini consacrate, 37 Società di Vita apostolica maschili e femminili, a cui vanno aggiunte una decina di altre forme di vita consacrata, mentre sono 30 i monasteri di clausura con 500 monache circa).
Diversa l’esperienza di suor Nellina Tursi, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, impegnata a tempo pieno nella parrocchia di Santa Maria della Speranza. Anche lei 57enne, calabrese, è arrivata vent’anni fa nella capitale, «ma in oratorio ci vado da quando avevo 3 anni», scherza. Si occupa della catechesi di Prima Comunione e della formazione delle catechiste, ma la passione per la spiritualità salesiana si intuisce soprattutto dalle iniziative messe in campo con i giovani. «Stiamo allestendo un presepe vivente con i più piccoli, mentre i loro papà stanno montando le scenografie», riferisce la religiosa, che con i ragazzi più grandi (dai 17 anni in su) sta provando il musical «La locanda di Emmaus», che dovrebbe debuttare dopo Pasqua. «Sono bravi nel canto, negli strumenti e nella danza; attraverso questi linguaggi e i contenuti degli spettacoli passa il messaggio di fede: don Bosco ce l’ha insegnato», testimonia suor Nellina, smentendo l’immagine negativa degli adolescenti spesso veicolata dai media. «Hanno valori fortissimi: devono trovare adulti che credano in loro con pazienza e tenacia, che li incoraggino collaborando con le altre figure educative». Anche la 40enne suor Maria Rosaria Pelella, romana di adozione ma napoletana di origine, crede nell’interazione con i genitori: francescana alcantarina, insegna nella scuola elementare e ha instaurato un rapporto costante con le famiglie. «Quest’anno ho una prima classe con 18 alunni; attraverso il linguaggio del gioco e delle regole cerco di trasmettere loro un’educazione sia umana che cristiana: due aspetti che si intersecano nella semplicità del quotidiano». Alle giovani famiglie pensa il palermitano padre Giuseppe Panarisi, 35 anni, vicerettore dei chierici dei Frati Minori Conventuali al collegio internazionale di Sant’Antonio alle Terme. «Sto promuovendo incontri mensili a cui partecipano coppie con figli provenienti da diverse parrocchie: giornate dedicate alla preghiera, al confronto sulla parola di Dio, alla condivisione».
4 dicembre 2005