Voglia di futuro dalla società civile africana
Nel corso del suo pontificato Giovanni Paolo II ha visitato 11 volte l’Africa. I giovani e le donne motore dello sviluppo di Federica Cifelli (Totus Tuus)
Ingiustizie, tensioni, violenze, povertà, fame. Ma anche grandi valori, dignità. Grande voglia di futuro. È l’Africa degli uomini e delle donne, degli anziani e dei bambini: tutti portatori di diritti con cui è indispensabile entrare in dialogo. La “madre Africa” che Giovanni Paolo II ha visitato 11 volte negli anni del suo lungo pontificato: la prima volta era il maggio 1980; l’ultima il mese di marzo di 18 anni dopo. Ordinazioni episcopali e sacerdotali, beatificazioni, celebrazioni e incontri con i giovani: Papa Wojtyla ha dimostrato un’attenzione privilegiata per il continente africano.
Qui ha pronunciato l’atto di affidamento a Maria «Nostra Signora d’Africa», a Blantyre (Malawi), nel 1989; ha incontrato il mondo della cultura del Burundi, a Bujumbura, nel 1990. Ancora, due anni dopo, nel ’92, ha visitato la Casa degli schiavi nell’isola di Gorée, in Senegal, per celebrare pochi mesi dopo con gli angolani il quinto centenario dell’evangelizzazione del paese. Ha consegnato il Messaggio per la Giornata mondiale dei malati di lebbra e quello per ammalati e disabili, rispettivamente in Guinea Bissau e in Uganda nel 1990 e nel 1993. Del continente africano, dall’immensità del Sahara alla profondità delle savane, alla ricchezza delle foreste tropicali, ha conosciuto la forza. E ne ha riconosciuto la “maternità”. Al punto che nell’omelia della concelebrazione che inaugurava la I assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, il 10 aprile 1994, dichiarava: «“Questo è il giorno fatto dal Signore!”. Gioisci, Africa, di tutti i tuoi figli e figlie che, anche se non hanno visto, hanno creduto! Allietati dei tuoi uomini di Stato, degli uomini di cultura. Gioisci di tutti coloro che sviluppano le ricchezze della vita e del pensiero africani, di coloro che sono fedeli, allo stesso tempo, agli autentici valori del continente nero e a Cristo – quel Cristo che all’uomo ha rivelato l’uomo e la sua altissima vocazione. Africa, gioisci nel Signore!».
Una sorta di consegna, quella di Giovanni Paolo II, che la società civile africana ha raccolto e raccoglie con coraggio ogni giorno. Come dimostrano le ultime elezioni politiche svoltesi in Mozambico, dove «un partito che ha appena un anno di vita come quello di Daviz Mbepo Simango ha potuto guadagnare il 12% dei consensi. Nonostante i brogli che certamente ci sono stati». A osservarlo è padre Claudio Crimi, missionario comboniano che coordina i servizi dell’Acse (Associazione comboniana servizio emigranti e profughi), che nel Paese africano ha passato più di 30 anni, dal 1972 al 2006. «Quella – racconta – è stata fino al 1993 zona di guerra; poi dal ’93 in poi ho assistito a diverse fasi di sviluppo: all’inizio l’unico obiettivo era la ricostruzione. Piano piano quindi è cresciuta anche la coscienza politica: a partire dalle elezioni del 1994 fino alle più recenti, appunto. Sono segnali che dicono che qualcosa si sta muovendo. Anche se ci vorrà ancora molto». Il problema più grande resta la povertà, «che va di pari passo al fenomeno della corruzione».
Nonostante questo però «non è vero che gli africani hanno bisogno di una democrazia “altra”, diversa. La democrazia è un cammino di coscienza; poi possono esserci sistemi più o meno validi. Ma la coscienza civica, il mutuo rispetto, c’erano già quando la società mozambicana era strutturata in villaggi, ognuno col suo capo e il suo consigliere e tribunali nei quali tutti venivano ascoltati. Sono solo andati crescendo». Grazie soprattutto al contributo dei giovani, che stanno lentamente dando vita a una nuova classe dirigente. E delle donne, «che hanno una vitalità e una forza impressionante. Loro sì – continua padre Crimi – potranno cambiare l’Africa, se le aiuteremo: sono la leva per salvare il continente». Come quella giovane che all’inizio della sua avventura africana il religioso scortò per 150 chilometri accompagnandola a saldare, col primo stipendio che aveva guadagnato, il debito che la sua famiglia aveva contratto con l’uomo anziano al quale l’aveva promessa in sposa. «Se fossimo capaci di ascoltare l’Africa avremmo tanto da imparare. Qui da noi, all’Acse, arrivano persone con un’enorme voglia di fare. Ma gli italiani non vogliono ricevere lezioni».
(“Totus Tuus”, la rivista della postulazione della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, è disponibile in abbonamento: 06.69893738)
16 dicembre 2009