Walter Kasper: Papa Wojtyla, costruttore di ponti tra le Chiese
Intervista al cardinale dal 2001 alla guida del pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani di Federica Cifelli
Il cammino verso l’unità, gli incontri realizzati e quelli desiderati e mai compiuti. Le tappe di un itinerario nel quale Giovanni Paolo II ha accompagnato la comunità dei credenti in Cristo verso la comunione. Ne parla a Totus Tuus il cardinale Walter Kasper, dal 2001 alla guida del pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani, del quale era Segretario dal 1999. Delineando anche prospettive di sviluppo e sfide “consegnate” da Papa Wojtyla alla Chiesa e al suo successore, Benedetto XVI
Pensando al cammino ecumenico degli ultimi decenni, sembra emergere una ritrovata fraternità: un apprezzamento reciproco che nasce dal riscoprirsi fratelli in Cristo. Qual è il ruolo specifico della cattedra di Pietro in questo senso?
La cattedra di Pietro è la cattedra dell’unità per la Chiesa: svolge questa sua missione per l’unità in una dimensione interna, tra le Chiese particolari, ma anche in una dimensione esterna, all’interno della cristianità tutta intera. Per questo ha un ruolo centrale per il dialogo ecumenico. In particolare dal Concilio Vaticano II in poi tutti i Pontefici si sono molto impegnati in questa direzione: Giovanni XXIII, Paolo VI – il primo a incontrare il Patriarca Ecumenico dopo secoli di silenzio – e naturalmente Giovanni Paolo II, che ha visitato tutte le Chiese orientali e occidentali, incontrandone tutti i leader. Aveva una curiosità autentica per tutto quanto avveniva nell’ambito dell’ecumenismo: era una dimensione del suo cuore. È vero che è importante il ministero petrino in quanto tale, ma lo è anche il volto umano del Papa, e la ricca umanità di Giovanni Paolo II era convincente: sapeva comunicare con le parole ma anche con i gesti. Proprio in forza di questo è stato costruttore di ponti e di pace tra le Chiese.
Lei accennava agli incontri con gli altri leader religiosi. Quali sono stati secondo lei quelli più significativi, che hanno segnato il cammino della Chiesa guidata da Giovanni Paolo II verso l’unità?
Inizierei sicuramente con gli incontri con i Patriarchi ortodossi orientali, voluti proprio per superare delle difficoltà che avevamo nella cristologia. Importante in particolare quello con il Patriarca Ecumenico a Costantinopoli. Rimasto sempre nel cuore invece l’abbraccio con il Patriarca di Mosca: un incontro che Giovanni Paolo II desiderava profondamente ma che non si è mai potuto realizzare. C’è da dire che tutti i suoi viaggi erano spinti dalla possibilità di realizzare iniziative ecumeniche: è stato ad esempio il primo Papa a visitare i paesi scandinavi, e questo è stato un viaggio che ha ricordato sempre. Anche l’incontro con la Chiesa anglicana è stato molto importante: la spontaneità e la grande umanità di Giovanni Paolo II hanno contribuito a cambiare l’immagine di Roma e del papato, creando una nuova fratellanza.
È possibile fare il punto sui “tre fronti” dell’ecumenismo: le relazioni con le Chiese orientali e le antiche Chiese ortodosse del primo millennio; quelle con le comunità ecclesiali nate dalla riforma del XVI secolo; quelle con le realtà nate dal movimento carismatico e pentecostale nel XX secolo?
Quando ho iniziato io, 10 anni fa, il rapporto con la Chiesa ortodossa orientale non c’era più. Da allora abbiamo fatto molti passi in avanti con loro. Anche con gli Ortodossi è stato difficile: dopo il crollo del Muro di Berlino le cose sono diventate dapprima peggiori. Le Chiese sono entrate nella vita pubblica, e questo ha creato molti problemi ad esempio in Ucraina, come altrettanti ne ha creati la costituzione delle quattro amministrazioni apostoliche nella federazione russa. Proprio per questo Giovanni Paolo II avrebbe voluto portarvi personalmente l’icona della Madonna di Kazan’, molto venerata in tutta la Chiesa russa, che dal 1993, quando la ricevette in dono, custodiva nel suo appartamento privato in attesa del giorno della donazione. La consegnai io per suo mandato nelle mani del Patriarca Alessio II il 28 agosto del 2004, e ricordo che pensai: Lei può fare molto per la riconciliazione. Poi anche dal patriarcato mi hanno confermato di registrare una nuova situazione di collaborazione. Per quanto riguarda il rapporto con le Chiese riformate, è stata molto importante la firma della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, nel 1999: un passaggio molto difficile, reso possibile solo dalla determinazione di Papa Wojtyla. Ancora, il Grande Giubileo del 2000, quando il Pontefice ha aperto la Porta Santa “con 6 mani”: accanto alle sue, quelle del rappresentante del patriarcato di Costantinopoli e quelle dell’Arcivescovo di Canterbury. Sempre nell’anno giubilare, un altro momento molto significativo è stata la celebrazione in memoria dei nuovi martiri del XX secolo, al Colosseo: Giovanni Paolo II ricordò in quell’occasione i martiri di tutte le Chiese, sottolineando che, nonostante le nostre difficoltà, loro sono già uniti in cielo. Ecco, credo che questa dimensione martirologica dell’ecumenismo sia davvero un contributo tutto suo. Con le comunità pentecostali e carismatiche infine il cammino è appena iniziato, ma anche qui si tratta di una sfida che Giovanni Paolo II aveva già intuito a suo tempo.
L’enciclica Ut unum sint, dedicata al tema dell’unità dei cristiani, parla di uno scambio non solo di idee ma di doni, tale da arricchire entrambi gli interlocutori. È questa la prospettiva alla quale guardare? E che tipo di impegno richiede oggi alla Chiesa guidata da Benedetto XVI?
Giovanni Paolo II è stato il primo Papa a scrivere un’enciclica ecumenica, fondamentale per il nostro lavoro. Il dialogo ecumenico, si legge nel testo, non è solo scambio di idee ma di doni: ogni Chiesa ha i suoi carismi e possiamo imparare gli uni dagli altri, fare un ecumenismo “in avanti”, crescendo nel dialogo. Non si tratta di impoverirsi o venire a compromessi, né tantomeno di tradire la propria fede: questo è un fraintendimento. Al contrario, possiamo imparare a conoscere altri aspetti del Vangelo, come abbiamo imparato un certo modo di fare esegesi dai protestanti, o la sensibilità per il mistero nella liturgia dagli ortodossi. Così si cresce verso la comunione. E non si tratta di qualcosa che riguarda solo gli addetti ai lavori: ogni fedele può dare il suo contributo. Altro punto centrale affrontato nell’enciclica è la questione del primato di Roma: Giovanni Paolo II sapeva di toccare un nodo critico per le altre Chiese e comunità e proprio per questo invitava al dialogo su come esercitare questo primato, senza volerlo abbandonare. Una formula, questa, ripetuta poi anche da Benedetto XVI.
Quali le sembrano oggi le sfide più urgenti da affrontare, guardando a questo grande obiettivo dell’unità dei cristiani?
Sicuramente il crescente secolarismo soprattutto dell’Europa, occidentale e anche orientale: è una sfida alla quale tutte le Chiese dovrebbero poter rispondere insieme, parlando possibilmente con una sola voce. Poi la crisi dell’etica, della famiglia, e su questo possiamo parlare insieme con le Chiese orientali ma anche con molti protestanti. Aggiungerei anche il grande tema dei diritti umani e della giustizia, al quale fa riferimento anche la nuovissime enciclica “Caritas in veritate”, di Benedetto XVI. Sarebbe bello vedere su questo versante, nel tempo della globalizzazione, una sorta di globalizzazione dei credenti in Cristo. Da ultimo voglio citare anche il rapporto con l’Islam: una situazione nuova per la modernità, che interpella tutti a cercare la strada per una convivenza pacifica. Ma i problemi aperti sono tanti.
10 settembre 2009