I classici/L’elogio della follia

La “pazzia” della fede al centro dell’opera più nota di Erasmo da Rotterdam, dedicata a Tommaso Moro di Marco Testi

Erasmo da Rotterdam (1466 o 1469 – 1536), il cui vero nome era Gert Geertsz nella lingua madre, l’olandese, e Desiderius Erasmus Roteradamus in latino (la lingua degli umanisti), è passato alla storia per il suo “Encomion moriae seu laus stultitiae”, (1511) più conosciuto come “L’elogio della follia”. In realtà il dottissimo Erasmo è stato uno dei grandi maestri dell’umanesimo, e altre sue opere sarebbero degne di una considerazione meno affrettata e superficiale, soprattutto quella “invisibile” della prima edizione in greco neo-testamentario e di una nuova traduzione in latino, che contraddiceva alcuni passi della “Vulgata” di San Gerolamo. Nella versione erasmiana, infatti, mancavano alcuni versetti presenti nella traduzione medioevale ma assenti nei manoscritti di riferimento: il magistero lontano di Lorenzo Valla si sentiva, e come: la filologia si avviava a divenire una scienza e non più solo un’ancella della tradizione medioevale, perché tentava di riscoprire le origini, le fonti autentiche, il testo corretto.

Per accennare solo di sfuggita all’ “Insitutio principis christiani”, dedicata all’imperatore Carlo V e incentrata sulla necessità di rispondere al “Principe” di Machiavelli capovolgendone i presupposti: non è la ragion politica che deve fondare per necessità la morale, ma il contrario; senza dimenticare un’opera citatissima ma assai poco approfondita soprattutto nel dibattito attuale, vale a dire il “De libero arbitrio”, risposta a Lutero, caposaldo cattolico del mistero della libertà dell’uomo di fronte al bene e al male e a Dio. Ma tant’è: “L’elogio della follia” è diventato il cavallo di battaglia di un uomo che ha tentato l’impossibile: mediare tra lo schieramento romano e quello luterano e ricucire uno strappo che lacerava l’unità del cristianesimo non solo europeo, ma di lì a poco, mondiale.

“L’elogio” appartiene a quella categoria di opere che Bachtin avrebbe chiamato del rovesciamento parodico: cioè a quella letteratura che cerca di corrodere istituzioni e luoghi comuni abbassando o capovolgendo valori che sembravano eterni. Ma la volontà di Erasmo non è quella di distruggere valori, bensì di rifondarli attraverso l’abbattimento dell’uso comune, delle distorsioni, delle abitudini che corrodono questi valori e li rendono inservibili.

Ecco quindi che a tessere l’elogio della follia ci pensa, nella finzione del libro, non un narratore impersonale, una voce fuori campo, ma la Follia stessa. Che cosa vuole questo strano protagonista del racconto? Tornare alla naturalezza, alla radice delle cose, ad una vita più vera perché vista con occhi nuovi e sgombri dalle costruzioni posticce della spicciola morale perbenista. Nulla è risparmiato dal fuoco purificatore della follia, neanche – anzi, soprattutto – la lettura delle Scritture, che prima di Erasmo languiva in una stanca e ripetitiva elencazione di precetti: ora invece lo studioso invita a leggere bene, secondo lo spirito degli originali, i testi sacri e l’esempio stesso di Cristo: non si lodano forse nelle Scritture gli stolti? Non dice forse l’Apostolo ai Corinzi (16, 17) «Io non parlo secondo Dio, ma come se fossi in preda alla Follia»? Il serissimo Paolo di Tarso è fonte privilegiata per questo libro di Erasmo, perché anche qui gioca sottilmente il rovesciamento: la serietà severa dell’apostolo delle genti si tramuta nelle parole sue stesse in pazzia. Ma è la pazzia di Dio, e questo il grande umanista, che dedica il suo libro a Thomas More, consigliere di Enrico VIII e testimone fino al sacrifico di sé della sua coerenza di cristiano, lo mette in evidenza: «I più folli sono coloro che mostrano una pietà più intensa di tutti gli altri, disprezzano i beni, non si curano dei danni che altri arrecano loro e degli inganni di cui sono vittime, non distinguono amici e nemici (…)».

Sono quelli che non solo leggono la Parola di Dio, ma la portano a compimento. Il Cristo stesso lo fece sulla Croce, mentre gli altri lo deridevano. Questa è la follia di Erasmo. San Francesco veniva disprezzato come matto, per aver rinunciato ai beni che gli appartenevano di diritto. Thomas More venne giustiziato per la sua follia: non gli sarebbe costato niente accettare la politica religiosa del suo re. Non è una follia da baraccone medievale, quella di cui parla Erasmo, ma una attualissima richiesta di coerenza e di coraggio.

7 febbraio 2007

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