La fontana di Martin Walser e l’ostilità al nazismo
Nel suo ultimo romanzo lo scrittore tedesco di Wasserburg ripercorre l’ascesa del nazismo in Germania e il suo rapporto con il cattolicesimo di Marco Testi
Martin Walser, uno dei più noti scrittori tedeschi d’oggi, ha da tempo invitato ad una profonda riflessione sul recente passato, quello del nazismo, della guerra e dell’olocausto, della Germania. Che egli non faccia parte della pattuglia dei revisionisti radicali e dei negatori lo si evince anche dalla lettura del suo più recente romanzo, “Una zampillante fontana”.
Qui lo scrittore di Wasserburg affronta la memoria dell’uomo di fronte agli eventi, individuali e storici – due facce della stessa medaglia -, e arriva a conclusioni non dissimili da quelle di Bergson e di quanti nel Novecento hanno rifiutato una concezione iper-razionale del tempo. La memoria non è fatta di segmenti staccati, noi siamo quello che eravamo prima, e nel contempo siamo mutati. Questa memoria ha a che fare con il popolo tedesco, mostrato da Walser nel trapasso da Weimar al nazismo, che nel momento di «accadere» non era passibile di una visione storicizzata come quella di oggi.
“Una zampillante fontana” (secondo il Nietzsche di Zarathustra è l’anima dell’uomo nuovo, mentre per Walser rappresenta il potere del linguaggio) è il romanzo dell’accadere del nazismo e del suo porsi come forza, nel contempo nuova e brutale, rassicurante e ambigua. Ma è un romanzo che parla anche del rapporto tra nazismo e cattolicesimo. Qualcuno, nel racconto, aderisce durante la stagione della fame e della paura, convinto che Hitler difenda anche i valori cristiani, mentre altri, ivi compresi i preti, prendono le distanze, perché intravedono da subito nel nazismo la manifestazione del paganesimo germanico. Il maestro del paese del giovane narratore (sarebbe meglio dire rammentatore, Johann) «presentò loro (ai giovani comunicandi, ndr) la prima comunione come un costume antico, destinato a essere sostituito prima o poi da usi ancora più antichi. Perché, secondo lui, prima di diventare cristiani, noi avevamo già una religione».
Molti vedono negli uomini delle SA dei «senzadio», a qualsiasi convinzione aderiscano, da dovunque provengano. Il papà di Johann è un seguace della teosofia di Swedenborg, l’attacco all’annessione dell’Austria è fatto da un buffone del circo, molti critici sono borghesi: nel racconto di Walser tutta una zona del popolo tedesco esprime questo giudizio negativo. È un giudizio non esclusivamente religioso: tornare al paganesimo avrebbe significato una distorsione storica, perché questo paganesimo, a differenza dell’antico, sarebbe divenuto uno strumento di annullamento psichico di massa, creando il totem della nazione-dio, come molti, tra cui il nostro Pomilio, nell’atto unico “Il quinto evangelista”, avevano intuito. All’interno di una Germania umiliata dal trattato di Versailles, alcuni erano rimasti ostili al nazismo, e questi alcuni ponevano alla base della loro ostilità la loro appartenenza al cristianesimo. Sarebbe bene che lo si ricordasse un po’ più spesso.
“Una zampillante fontana”, di M. Walser, Sugarco
15 giugno 2009