Gheddafi in tv, i media peggiori della realtà

Il Comitato Media e Minori condanna l’abuso delle immagini televisive del cadavere martoriato del dittatore libico. Una scelta barbara di fronte alla quale non si può invocare il diritto di informazione di Elisa Manna

Non c’è verso, i media continuano ad essere peggiori della realtà. Da giorni, tanto per citare l’ultimo esempio, siamo sommersi dalle immagini del cadavere martoriato del dittatore Gheddafi; delle sue ferite, dello scempio “post mortem”, del terrore poco prima di essere giustiziato. E questo accade a tutte le ore del giorno, con l’aggiunta ipocrita di alcuni “non vi facciamo vedere le immagini più raccapriccianti”… Non a caso il Comitato Media e Minori ha espresso una posizione ufficiale di condanna rispetto all’abuso delle immagini del dittatore.

Intendiamoci, non sto sostenendo che tutti dobbiamo provare sentimenti di umana pietà e compassione rispetto a una persona comunque morta; sarebbe forse pretendere troppo, vista la natura del personaggio. Ma trovo qualcosa di barbaro nell’esposizione delle spoglie martoriate del nemico: mi ricorda l’idea di lasciare i morti ammazzati a penzolare o peggio come monito o esibizione di vittoria, tipica di epoche buie; appunto, barbare.

Né, francamente, si può invocare il diritto d’informazione. Il diritto d’informazione pretende di mostrare Gheddafi morto, ma non c’è nessun bisogno di indulgere in dettagli autoptici. Va bene che ormai molte fiction ci hanno abituato a cenare mentre in tv su un tavolo anatomico si apre un cadavere (ma vi pare una cosa sana?). Ma in questo caso si tratta di un fatto ancora peggiore, che non riguarda tanto il disgusto che pure legittimamente si può provare. Qui si tratta del compiacersi delle ferite e dello scempio del cadavere di un nemico. Ci vedo poco di cristiano, ma ci vedo poco anche di civile.

Eppure, l’Italia vera si racconta in un altro modo: in una recentissima indagine del Censis fatta per 50&+ (l’organizzazione dei senior della ConfCommercio) presentata a Rimini qualche giorno fa, gli intervistati hanno dichiarato di volere una vera e propria trasformazione culturale, in cui a contare tornino ad essere valori come onestà, senso di responsabilità, capacità di lavorare per il bene comune.

La società chiede un cambio di passo e i media continuano a riflettere una politica fatta di trasformismi e casi inquietanti; la società chiede un’informazione corretta e rigorosa e i media restituiscono stili di giornalismo da tabloid scandalistico (certo, non tutti); la società chiede giusto riconoscimento alla crescita di competenza e autorevolezza delle donne, e la cultura collettiva continua a rappresentarle come pupazze di gomma.

A quando il cambiamento? Quanto dobbiamo aspettare ancora? Il declassamento culturale, antropologico può nuocere alla nostra economia ancor più dei temibili rating delle agenzie internazionali. Quando lo capiremo?

24 ottobre 2011

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