Far crescere la consapevolezza
I media contribuiscono a definire quella che al Censis abbiamo chiamato «la società impersonale», dove crescono paura, aggressività e indifferenza e restano insufficienti istruzione e cultura di Elisa Manna
Con quest’articolo si conclude la rubrica “Dentro i media” durata tre anni: davvero molto per una rubrica on line! Ho cercato di analizzare diversi aspetti del mondo dei media e della comunicazione facendo sempre attenzione a far risaltare gli aspetti etici, direi meglio, quello che può costituire un problema per la dignità della persona. Ringrazio molto il direttore della testata, Angelo Zema, che mi ha permesso di spaziare davvero in temi diversissimi, in assoluta libertà.
La circostanza mi invita ad essere ancora più chiara e ad esplicitare la mia opzione di fondo: i media, da molti anni, stanno contribuendo a definire quella che al Censis abbiamo chiamato recentemente in un nostro studio «la società impersonale», una società composta da individui con basso livello di consapevolezza: rispetto a se stessi, alla propria identità, rispetto alle relazioni che intrattengono con gli altri, rispetto alla società.
Una società caratterizzata da insufficiente istruzione e cultura, che però si lascia travolgere dal gioco d’azzardo e dove un terzo dei genitori, adulti e vaccinati, trascorrono quotidianamente un’ora e più davanti a una playstation. Una società che è ossessionata dall’estetica (siamo terzi al mondo per interventi di medicina e chirurgia estetica), in cui sempre più persone affidano ad un tatuaggio esteso e complicato la funzione di definire la propria identità.
Ma la società impersonale è anche quella dove, di fronte allo sgretolamento delle norme e delle gerarchie di valore, si creano modelli adattativi diversi, secondo l’indole e la subcultura d’appartenenza: ci sono quelli che manifestano sempre più aggressività (cresce la criminalità violenta), quelli che si chiudono in casa perché ormai hanno paura di tutto e non si sentono sicuri neanche nel loro fortino. e ci sono quelli che semplicemente si lasciano scivolare in uno stato di indifferenza, di apatia, e che se incontrano un uomo a terra sulla loro strada semplicemente lo scavalcano. Una società impersonale che è perennemente in corsa, dove tutti hanno mille cose da fare e in cui, qualcuno può anche dimenticare il figlio in macchina.
No, la responsabilità non è certamente tutta dei media, sono molti i fattori che hanno contribuito a renderci storditi, apatici, con aspirazioni limitate che si esauriscono nel poter acquistare questo o quel bene di consumo. Ma i media devono ritrovare la loro responsabilità sociale, darsi nuove regole, nuove leggi. Non basteranno, ma è già qualcosa.
4 luglio 2013