Una battaglia di civiltà da portare avanti

Anche l’intervento sui media tra le norme della Convenzione di Istanbul ratificata dalla Camera. Inaccettabile la rappresentazione mediatica traboccante di belle donne in film, show e pubblicità di Elisa Manna

Ieri, 28 maggio, è stata ratificata alla Camera all’unanimità la Convenzione di Istanbul sul tema della violenza contro le donne: è un passaggio istituzionale importante anche se non conclusivo, essendo ancora necessaria la valutazione del Senato.

E tuttavia la concomitanza di questo atto con la tragedia dell’infelice ragazza di Corigliano, barbaramente uccisa dal fidanzato, ha un alto valore simbolico: come se, davvero, la misura fosse colma e il mondo delle istituzioni, anche grazie all’impulso della Presidente della Camera Boldrini, cominciasse “a fare sul serio”, a prendere una posizione decisa, propulsiva nel contrasto ad una piaga, quella della violenza contro le donne, che nel nostro Paese ( e purtroppo non solo ) sta raggiungendo forme e modalità da Paese che non conosce la civiltà.

La Convenzione di Istanbul contiene molti articoli che vanno dalla lotta alle disparità nel mondo del lavoro allo stalking, dalla formazione all’intervento sui media. E proprio questo mi pare sia uno degli aspetti cruciali: i contenuti quotidianamente veicolati dai media (dai videogiochi ai film in tv o su Internet). So bene di aver già trattato questo tema in questa rubrica, ma non ho paura di ripetermi: perché si tratta di una battaglia di civiltà che va molto oltre “le questioni di donne”, come si usa derubricare questo tipo di tematiche.

Una rappresentazione mediatica traboccante di belle donne vittime, che vengono vessate in tutti i modi da immagini maschili dure e senza pietà (un “topos” classico della narrazione di molti film), oppure di donne ridotte a fantocci (leggi “cose”) di carne opportunamente esposte negli show e nella pubblicità è una rappresentazione che favorisce nelle menti più giovani l’idea che la donna sia un oggetto da possedere, una creatura comunque subalterna che non può, ad esempio, prendere la decisione di interrompere una relazione affettiva.

Si tratta di una distorsione della realtà pericolosa per gli adulti, figuriamoci per menti giovani che spesso non hanno il linguaggio, il vocabolario per esprimere le proprie emozioni. E allora queste emozioni creano un ingorgo,un nodo emotivo difficile da gestire…

Dobbiamo costruire tutti insieme nuovi percorsi di dignità, nuove forme di riconoscimento e rispetto dell’Altro: i tempi che vengono ci stanno portando in mare aperto e solo tutti insieme sapremo tenere la rotta.

29 maggio 2013

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