Il piccolo mondo antico di Pupi Avati

Ambientato nell’Italia degli anni Trenta, il nuovo film del regista bolognese racconta dell’amore tra una ragazza benestante e un giovane contadino. Avati: «I ricordi della cultura rurale in cui sono cresciuto» di Massimo Giraldi

La 6ª edizione del Festival Internazionale del Film di Roma si è conclusa nei giorni scorsi dopo nove giorni di attività divisa tra la sede istituzionale del Parco della Musica e molti altri luoghi della città. È stato confermato che proprio quello dello della copertura di varie zone urbane è uno dei punti che caratterizzano la manifestazione. L’evento ha in effetti un marchio molto «romano», che vuol dire mettersi al servizio della città, scavalcando anche il giudizio sulla qualità dei film.

Nelle varie sezioni sono state comunque proposte ben 133 pellicole provenienti da 27 Paesi: un panorama vario ed eclettico rispetto al quale, tra i film in concorso, la giuria presieduta da Ennio Morricone ha scelto come Marc’Aurelio d’Oro (miglior film) lo spagnolo «Un cuento chino». Uscirà da noi l’anno prossimo con il titolo «Cosa piove dal cielo?» e il pubblico dirà se il verdetto ha colto nel segno. Nella sezione principale (il concorso, appunto) c’erano quattro film italiani.
Nessun riconoscimento è arrivato ma tutti sono già nelle sale. Da venerdì c’è «Il cuore grande delle ragazze» di Pupi Avati. Ecco quindi un nuovo appuntamento con il regista emiliano, una presenza costante sui nostri schermi, come un amico che a scadenza ci rende partecipi di qualche sua nuova riflessione. Il cinema di Pupi Avati è fatto di emozioni, sensazioni, tremori. Siamo nella prima metà degli anni Trenta in una cittadina dell’Italia centrale immersa nella campagna. Facciamo conoscenza con le famiglie dei Vigetti (i genitori e i tre figli) e degli Osti (marito, seconda moglie, una figlia che torna da Roma quando meno te lo aspetti). I secondi sono i proprietari terrieri, la prima è quella dell’affittuario. Tra Carlino Vigetti e Francesca Osti viene combinato un matrimonio ma le cose non vanno come previsto.

«Lo spunto – dice Avati – è arrivato da una perlustrazione che compio da tempo nei riguardi del mondo contadino di mia madre che fondava le sue radici nella cultura rurale in cui mi sono formato a Sasso Marconi, vicino a Bologna. Io col tempo ho fatto di tutto per non liberarmi di quei ricordi: se sono diventato regista lo devo a quell’universo in cui ho imparato a fantasticare». Si tratta di un’ispirazione costante facilmente verificabile nella filmografia del regista. Che in questo modo evita di scrivere nuove storie, preferendo ogni volta aggiornare e arricchire la propria musa originaria. Componendo, negli anni, una sorta di diario quotidiano, scritto con tremore e pudore, affidato anche qui alla voce fuori campo di uno dei protagonisti che «racconta» ciò che si vede. La cronaca di un piccolo mondo antico, un «come eravamo» per aiutarci a capire meglio il nostro presente.

14 novembre 2011

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