Gioco e tv, un rapporto da ripensare

In attesa del Fiuggi Family Festival un incontro su quiz televisivi e scommesse: educare a una dimensione ludica sana e gestire con saggezza il facile guadagno promesso da tanti programmi di Massimo Giraldi

L’edizione 2012 del Fiuggi Family Festival si svolgerà nella cittadina termale laziale dal 25 al 29 luglio prossimi. Sarà la numero cinque di un percorso che continuerà ad avere al centro dell’attenzione (come recita il titolo) la famiglia. Si tratta di un tema talmente importante, reale, concreto, sottoposto a oscillazioni spesso di mero opportunismo, da renderlo vicino a noi ogni giorno, specchio della capacità di ciascuno di restituire al nucleo familiare quella centralità da più parti insidiata e respinta.

Per tenere la giusta attenzione verso l’argomento e in qualche modo creare un percorso unitario verso la fine di luglio, i responsabili del festival hanno aperto un tavolo di lavoro permanente con tappe periodiche. L’ultimo di questi appuntamenti si è svolto nei giorni scorsi a Roma presso il Teatro San Genesio sul tema: “Tv ludens, tra bisogno e abuso”. Ecco dunque delineato l’ambito della riflessione: la famiglia appunto, la televisione (serve dire ancora quanto incida nella vita di ciascuno?), il gioco. Stringendo ancora di più: i giochi in televisione, e i giochi che la pubblicità induce a consumare.

In una nota introduttiva si sottolinea che l’uomo ha bisogno della dimensione ludica, insita nella sua natura e necessaria alla socializzazione: ma in che modo l’educazione al gioco sano, agonistico, può contrastare al tendenza alla dipendenza da gioco d’azzardo? E le reti televisive che tipo di aspetto del gioco veicolano, quale sensazione lasciano nello spettatore? I territorio per la riflessione è ampio e sfuggente. Sono stati chiamati a parlarne alcuni esponenti delle associazioni, delle istituzioni, e, non poteva essere altrimenti, delle televisioni. Si tratta ormai di farsi largo in un quadro per niente semplice, dove il semplice passatempo fa i conti con la cultura, le capacità caratteriali, le decisioni a prendere, la prospettiva del guadagno.

Ugo Ceron, psicologo della Comunità Giovanni XXIII, è partito dalla constatazione che il gioco implica ormai una competenza informatica e quindi si indirizza di più verso le giovani generazioni. Del resto 3 spot su 10 in tv sono legati al gioco, e l’ultimo dato dice che la spesa per il gioco è aumentata in Italia del 20%, toccando i 100 milioni di euro.

Maurizio Fiasco, sociologo della Consulta nazionale delle Fondazioni Antiusura, ha evidenziato che la spesa per il gioco si è triplicata con effetti a ricasco sulla famiglia (sconfinanti talvolta nella ricerca del prestito e dell’usura). Entrando nel meccanismo, ha parlato dell’“attesa dell’estrazione” e di come da un evento il gioco è diventato una comportamento che è andato ad incidere sulla struttura mentale della persona con la costruzione di modelli televisivi. In alcuni casi (“Affari tuoi”), il concorrente partecipa con la sua comunità di riferimento, la famiglia, che viene coinvolta nelle scelte.

Chiamato in causa dalle citazioni, Carlo Conti, conduttore e autore televisivo di “L’eredità”, ha voluto dapprima precisare di non amare il gioco e nemmeno di sfidare la sorte. Nel suo programma, ha detto, più che il gioco, vale il rispondere. Non è come in “Affari tuoi”, dove subentra la fortuna, ne “L’eredità” c’è cultura, anche se bassa. Finito il quiz che riguardava una sola materia, oggi ci si apre a più campi, e il finale del gioco cerca di aprirsi ad un pizzico di sapere. Ricordato l’amico Marco Baldini e la sua caduta, poi vinta, nella scommessa come dipendenza, Conti ha evidenziato la necessità di dare al gioco quello spazio che deve avere nella vita quotidiana, e forse da affiancare al quel senso del ‘bisogna saper perdere’ che si è purtroppo perso. Rai 1, del resto, guarda alla famiglia come obiettivo primario, e anche i programmi di gioco sono proposti all’insegna della leggerezza e del passatempo.

Sull’incontro tra gioco e famiglia è intervenuta Arianna Ciampoli, che su TV2000 presenta da questa stagione il programma “Romanzo familiare”, un format pensato proprio nell’ottica di andare controcorrente: raccontare in televisione la famiglia nella quotidianità, senza che necessariamente vi sia accaduto qualcosa. La famiglia viene seguita per una settimana, e alla fine parte un gioco pensato sulla misura di quelle persone che si sono fatte conoscere.

Paola Saluzzi, giornalista e conduttrice di Sky Tg24 pomeriggio, nel moderare l’incontro, ha ricordato che certo alcuni messaggi negativi passano nei programmi legati al gioco, ma è vero che la televisione non è una baby sitter e la responsabilità delle persone non va elusa. Gli interventi di due deputati hanno permesso di ricordare che le istituzioni hanno un ruolo importante spesso disatteso, e che idee e progetti buoni ci sono ma fanno i conti con realtà politiche che frenano e scoraggiano.

Non doveva esserci conclusione, se non quella dell’impegno a muoversi tutti nella direzioni di tenere sempre presente il rispetto per la dignità e la promozione dl cittadino. Il facile guadagno che molti giochi televisivi prospettano va gestito con grande saggezza. In una canzone del suo programma “Indietro tutta” a metà degli anni ’80, Renzo Arbore faceva dire in coro: “Noi siamo un popolo di concorrenti, e alla conquista del quiz partiremo, bisogna vincere e vinceremo”. Il tono era ironico, divertito, scanzonato. Manteniamolo anche oggi, se si può.

23 aprile 2012

Potrebbe piacerti anche