«Il Papa e l’amico ebreo», la storia di Lolek e Jurek

Presentato il libro del vaticanista Svidercoschi che racconta l’amicizia tra Wojtyla e Jerzy Kluger nella Polonia degli anni ’20. Il rabbino Di Segni: «Barriere sono crollate anche grazie a storie come questa» di Antonella Pilia

«Si erano conosciuti sui banchi di scuola, già in prima elementare, ed erano diventati subito amici per la pelle. A Wadowice, una cittadina a 60 chilometri da Cracovia, Lolek e Jurek erano cresciuti insieme fino alla maturità ginnasiale. L’uno era cattolico, l’altro ebreo. Ma a quel tempo la diversità di appartenenza religiosa non era un problema». Inizia così il racconto avvincente dell’amicizia tra Lolek, ossia Karol Wojtyla, e Jerzy Kluger, nella Polonia degli anni Venti, al centro del libro Il Papa e l’amico ebreo. Storia di un’amicizia ritrovata, scritto dal vaticanista Gian Franco Svidercoschi e presentato giovedì mattina nella rettoria di San Stanislao, alla vigilia della Giornata della memoria del prossimo 27 gennaio. Quella tra il futuro Giovanni Paolo II e il giovane ebreo è un’amicizia che durerà tutta una vita.

La Seconda Guerra Mondiale, e con essa la drammatica ondata dell’antisemitismo e delle deportazioni, li separò per quasi trent’anni. Ma i due si ritroveranno per caso a Roma durante il Concilio Vaticano II e il loro legame continuerà anche dopo l’elezione di Wojtyla al soglio pontificio. Il libro, secondo don Giuseppe Costa, direttore della Liberia editrice vaticana, che ha curato la coedizione con Cairo, è dunque «un invito a procedere sulla via della dell’amicizia, del dialogo e del rispetto reciproco». Questa storia, ha osservato dal canto suo Svidercoschi, «è di un’enorme importanza e assume ancora più valore oggi, in un mondo attraversato da violenza, odio e intolleranza. Credo che la riproposizione di un’amicizia tra due persone di diversa appartenenza religiosa contenga un valore di testimonianza e insegnamento, soprattutto per le nuove generazioni, a non dimenticare e a conoscere quanto è accaduto in passato, perché non si ripeta».

Gianni Letta, che per tanti anni diresse il giornale Il Tempo e collaborò con Svidercoschi, ha quindi ricordato di essere stato «primo testimone» della storia di questa «amicizia ritrovata», la cui notizia venne data sul quotidiano qualche giorno dopo l’elezione di Giovanni Paolo II, prima che uscisse il libro intitolato Lettera a un amico ebreo. Ora, a distanza di vent’anni e in vista della canonizzazione di Karol Wojtyla, l’autore ha deciso di ripubblicare il libro con un nuovo titolo e un’introduzione aggiornata. Un libro che Letta ha definito «profetico»: «Tradotto in 20 lingue, in 60 Paesi – ha sottolineato – spesso ha rappresentato l’inizio di un dialogo che da Roma si è propagato in tante parti del mondo».

Per lo storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Il Papa e l’amico ebreo, «è un libro di storia, anche se è scritto come un romanzo. Ha fatto il giro del mondo ed è riuscito a spiegare i rapporti tra ebrei e cristiani meglio di tanti documenti attraverso la tenera carnalità di un’amicizia». Di Giovanni Paolo II, Riccardi ha poi messo in luce il «profondo filosemitismo carnale, che nasce nella sua vita quotidiana». Il Pontefice polacco, ha ricordato ancora lo storico, «all’indomani del viaggio in Terra Santa mi disse che con gli ebri si era creato qualcosa di “profondo”». Così si spiega, secondo Riccardi, anche «la sua decisione, diplomaticamente “folle”, del riconoscimento da parte della Santa Sede dello Stato di Israele».

«Barriere ancestrali sono crollate anche grazie a storie come questa», ha quindi concluso il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni. «Le persone che seguono gli insegnamenti dei loro pastori capiscono che il rapporto con il popolo ebraico è cambiato ed è completamente diverso. Chi non lo capisce si è distaccato dall’insegnamento della Chiesa».

24 gennaio 2014

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