“A simple life”, uno sguardo sulla morte

Al centro della pellicola, fatta di poesia, palpiti e sottili minimalismi, la storia dell’attempata donna di servizio Ah Tao e molti spunti per il dibattito sul fine vita di Massimo Giraldi

È sempre utile poter verificare come tematiche di tono universale vengano affrontate in pellicole differenti a seconda dei contesti e delle tradizioni in cui hanno origine. Una nuova, preziosa opportunità in questo senso la offre A simple life, un film di nazionalità Cina/Hong Kong, ambientato appunto nella megalopoli, oggi cinese, ma per tanti anni staccata e cresciuta come territorio indipendente a vocazione occidentale.

Al centro della storia c’è Ah Tao, signora attempata che ha passato sessanta anni a servizio presso la famiglia Leung. Alcuni componenti sono morti, altri sono emigrati negli Stati Uniti. Nella città cosmopolita, crocevia di culture varie, è rimasto il giovane Roger, oggi produttore cinematografico di successo, ragazzo solitario e di poche parole. Un giorno Ah Tao viene colta da ictus. Portata in ospedale, soccorsa e curata, la donna si rimette e si fa accompagnare in un ospizio per non essere di peso ad alcuno. La salute però è ormai minata. Arriva un nuovo ricovero, e ora il medico dice a Roger che andare avanti con le cure appare inutile. Roger acconsente a sospendere le cure. La donna muore e per lei c’è un funerale in chiesa.

All’ultima Mostra di Venezia, presentato in concorso, il film ha fatto incetta di premi, tra cui quello all’attrice protagonista e la menzione del premio Signis, la giuria cattolica internazionale. Premi giusti, va detto, per la capacità della regista di affrontare una materia difficile, ostica, quasi respingente e di saperla accompagnare con uno sguardo addolorato e compassionevole, non occasionale né artificioso.

Tra l’anziana Ah Tao e il giovane Roger si crea un’intesa fata di pudori, di sentimenti non dichiarati, di timidi appelli rimasti nella gola. Ultimo rappresentante di una famiglia che la donna ha servito con devozione per decenni, Roger riassume l’ansia di riconoscenza, di ringraziamento, di debito che tutti avvertono verso l’anziana signora. Gli ultimi passi di lei ricevono allora il conforto della leggerezza, della solidarietà, dell’essere teneri e generosi. La memoria diventa un dolce luogo d’incontro tra passato e futuro, una terra libera dove vita e morte trovano un fervido punto di incontro. Cattolica praticante, la famiglia di Roger supporta il trapasso della donna con la presenza di un sacerdote e le opportune preghiere in chiesa.

La scelta del giovane di interrompere le cure esplicita un atteggiamento verso il fine vita che ancora una volta non può trovare comprensione ma diventare occasione di riflessione e di dibattito, nell’ottica indicata all’inizio. Film fatto di poesia, palpiti, sottili, silenziosi minimalismi.

19 marzo 2012

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