Al Quirino il fascino del “Giardino” di Cechov

Nobili spiantati e nuovi ricchi protagonisti dell’opera, sempre attuale, del drammaturgo russo di Toni Colotta

Passano le generazioni di spettatori ma certe opere restano, immarcescibili. Autori che piace ascoltare e riascoltare, come non ci si stanca di leggere i libri di preghiere. Perché, dunque, ancora Anton Cechov e il suo “Giardino dei ciliegi”, al Quirino fino al 4 maggio? Perché ci appartiene, ci affascina e ci turba, nell’acuta e amara immagine che il grande scrittore russo compose sul trapasso di mondi nel suo tempo di morente Ottocento.

Un giardino favoloso, più che un frutteto, vanto di un paese e oggetto di culto per i proprietari, nobili spiantati che hanno male amministrato le proprie vite e boccheggiano fra i debiti crogiolandosi nella piccola mondanità provinciale. Accanto e a ridosso di loro una classe di nuovi ricchi, rampante dopo l’abolizione della servitù della gleba, insidia quell’angolo fiorente di natura per una speculazione edilizia che ne comporta la sparizione ma pagherebbe i debiti.

Ecco il nodo drammatico che sciogliendosi rivela commozione, sorrisi, nostalgia, panico per l’esistenza che passa; ma anche fede per un futuro di giustizia (che sappiamo come poi in Russia naufragò). Della poesia di foglie morte che palpita nel testo Ferdinando Bruni, alla guida del ben amalgamato gruppo di Teatridithalia, esalta egregiamente certi momenti di silenzio e soprassalto, che si aprono come voragini ma danno senso recondito e profondo a questo squarcio di vita vera.

27 aprile 2008

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