Alessandro D’Alatri: «Cinema italiano? Deve osare di più»
Ottimista ma «concreto», il regista invita a “raccontare” l’identità del Paese in una dimensione di interesse più ampia di Massimo Giraldi
Ad Alessandro D’Alatri non piacciono le minestre riscaldate. Dice proprio così, e l’espressione ben si addice a inquadrare il suo, possiamo dire, settore di competenza. D’Alatri, si sa, è regista soprattutto cinematografico (poi anche, e con ottimi risultati, pubblicitario) e il suo primo film, “Americano rosso”, è datato 1991. Il che significa aver esordito in coda a quegli anni Ottanta che hanno rappresentato il decennio di maggior stravolgimento del sistema audiovisivo nazionale. La chiusura di tantissime sale cinematografiche, incapaci di reagire di fronte al proliferare delle tv private, è stata il primo passo che ha portato a una profonda modifica delle forme di veicolazione del prodotto filmico: film non più solo al cinema, ma sulle reti televisive, su vhs, su dvd, ora su internet. Di fronte a uno scenario in forte mutazione, molti hanno avuto paura: meno film, argomenti poco rischiosi, appena c’è un successo cercare di ripeterlo. Insomma, minestre riscaldate. Appunto, quelle che D’Alatri dice di voler evitare in questo colloquio rilasciato a Roma sette.
D’Alatri, su cosa ti piace lavorare in particolare?
Mi piace essenzialmente fare dei prototipi. A partire dal mio esordio, “Americano Rosso” (vicenda grottesca e amara girata sullo sfondo dell’Italia anni Trenta), c’è l’intenzione di lavorare sui modelli, per affrontarli da angolature inedite. Così penso di aver fatto per “Senza pelle”, radiografia interiorizzata di una disabilità affettiva; per “I giardini dell’Eden”, tentativo di affrontare la universale vicenda della predicazione di Cristo, prima che questa avesse inizio; per “Casomai”, cronaca di una coppia che vuole sposarsi nei primi anni Duemila e in una cornice milanese sfuggente e frastagliata; per “La febbre”, riflessione a cuore aperto sul rapporto tra giovani, lavoro, società civile. Non rinuncio alla scelta di mettermi ogni volta in gioco, pensando a storie che non devono per forza inventare il nuovo ma devono andare a coglierlo laddove si trova.
Il cinema italiano dunque è meno disastrato di quello che si dice comunemente?
Non c’è dubbio che la disaffezione nel recente passato c’è stata, e ha avuto come conseguenza che gli esercenti avevano quasi paura di programmare un film italiano e il pubblico temeva di andare incontro a grosse delusioni. Ma si era innestato un circuito diabolico, dentro il quale era per certi versi comodo adagiarsi. Per uscirne si trattava solo di stimolare quel talento che da noi non è mai mancato. Si doveva soprattutto tornare a scommettere sul film come racconto per immagini capace in circa due ore di fotografare squarci della nostra vita, di rendercene partecipi e di aiutarci a capirli meglio.
Si avvertono segnali di un maggior interesse?
È almeno dalla fine degli anni Cinquanta che il cinema italiano vive in uno stato di crisi permanente. Negli anni successivi al periodo neorealista, Vittorio De Sica e Cesare Zavattini si interrogavano su quale strada avrebbe dovuto prendere il cinema italiano con il profilarsi di nuovi scenari sociali e se il cinema avrebbe avuto un ruolo nell’Italia che andava verso il boom economico. Se oggi noi possiamo dire che un ruolo lo ha avuto, è corretto aggiungere che può averlo ancora, perché ogni fase storica ha protagonisti diversi e diverso è lo sguardo che possiamo gettare su di loro. Il film di Cristina Comencini “La bestia nel cuore” ha partecipato alla recente serata finale del premi Oscar e, pur non vincendo, ha marcato una presenza importante. Lo stato di salute generale è, secondo me, notevole, pur dovendo registrare una diminuzione dei contributi previsti dallo Stato. Molti titoli recenti indicano che si sta tornando a ripercorrere la strada di un cinema di intrattenimento, di approfondimento e di intrattenimento spettacolare.
Cosa manca ancora rispetto ad altre cinematografie europee o a quella americana?
L’approccio industriale è certo ancora limitato. Va un po’ alzata la soglia di rischio e di investimento. I produttori indipendenti devono mettere in campo fantasia e capacità imprenditoriale. Il passaggio da compiere è quello di parlare dell’Italia in una dimensione di interesse più ampio. Il mercato globale richiede una capacità di comprensione allargata e, pur con tanti difetti, è giusto cercare di raffigurare al cinema la nostra identità, ma in forme che possano toccare sensibilità differenti tra loro e in luoghi lontani.
La tua prossima storia andrà in questa direzione?
Sto lavorando a un progetto che ho intenzione di sviluppare nel solco della commedia italiana, quella corrosiva e un po’ aggressiva che ha tanto inciso sul costume degli anni ‘60 e ’70. Ci sono attori nuovamente molto espressivi, “facce” capaci di dare forza e credibilità alle storie che interpretano. Io stesso ho scommesso in passato su volti quasi o del tutto inediti per il cinema: Fabrizio Bentivoglio, Sabrina Ferilli, Kim Rossi Stuart, Fabio Volo. Sono ottimista, senza perdere di vista la concretezza delle cose. Il cinema sarà ancora terreno per far crescere professionalità tecniche per far respirare ingegno, creatività, immaginazione.
15 marzo 2006