«Anche la rete è terra di missione»

Intervista a padre Giulio Albanese, direttore di Popoli e Missione e fondatore di Misna, autore del recente “Cliccate e troverete” insieme con Sergio Pillon di Jacopo D’Andrea

«Internet è una straordinaria opportunità ma i grandi pericoli viaggiano spesso assieme ad essa; è per questo che s’impone l’esigenza di esserci nei modi giusti, per testimoniare e affermare anche nella rete il bene comune dei popoli». Sono parole di padre Giulio Albanese, missionario comboniano, giornalista e attuale direttore di Popoli e Missione, fondatore di Misna (Missionary Service News Agency). Nel suo ultimo libro, “Cliccate e troverete. Un missionario e un esploratore a spasso nella Rete”, scritto insieme a Sergio Pillon, medico specialista in angiologia e vicepresidente della Società italiana di telemedicina, affronta anche «la questione etica nel mondo dei mezzi di comunicazione affinché sia data voce alla società civile, alle persone».

Padre Albanese, nel suo ultimo saggio afferma che «la rete è terra di missione»: cosa intende?
Così come missionari ed evangelizzatori siamo presenti nel mondo definito reale, allo stesso modo dobbiamo essere presenti anche in quello digitale. Innanzitutto, promuovendo dinamiche aggreganti, di gruppo, al fine di combattere l’autoreferenzialità. Rispetto alla rete, il mondo missionario, infatti, ma anche quello ecclesiale è un po’ fermo al Web 1.0, cioè considera Internet quasi come una bacheca per gli avvisi. Questo non basta, dobbiamo se mai diffondere dei link interagendo assieme, dobbiamo creare federazioni: dobbiamo far capire che la comunione che testimoniamo nel mondo reale va vissuta nello stesso modo anche nella rete. Questo anche attraverso dei contenuti e delle proposte che devono avere anche una valenza profetica.

Nel libro, citando Nicholas Negroponte, afferma che Internet deve divenire «un’arma d’istruzione di massa per il continente africano: il più povero dal punto di vista della rete». Ma come si lega tutto questo al concetto di «sostegno alla futura crescita economica africana»?
La rete, ad esempio, permette a costi bassissimi di avere accesso a un mare magnum di informazioni. Pensiamo all’e-learning, alla telemedicina e ai progetti di sviluppo che possono essere pilotati su Internet. Tutto questo per l’Africa è importante. Il problema però è che esiste un abisso che separa il sud e il nord del mondo, non solo dal punto di vista economico. Le infrastrutture africane lasciano ancora molto a desiderare. In tanti casi siamo ancora fermi all’analogico.

Nel saggio ricorda l’avventura della Misna, l’agenzia stampa che ha fondato nel 1997. Alla luce di questa esperienza come è cambiata l’informazione sull’Africa in questi ultimi tempi?
In Italia c’è la tendenza a pensare che alla gente interessano solo i fatti di casa propria. I fatti del Sud del mondo, come le questioni delle materie prime alimentari ma anche delle fonti energetiche, invece, ci interessano da vicino. Quindi, pensare che dobbiamo guardare prima a noi stessi e poi agli altri, significa avere un approccio culturale sbagliato. Dobbiamo capire che l’altro non è un accidente ma rappresenta per noi un’opportunità. C’è una sorta di razzismo: le notizie del Primo Mondo finiscono in primo piano, quelle del Sud invece nel dimenticatoio. Ma ogni uomo a qualsiasi latitudine è stato creato a immagine e somiglianza di Dio.

Nei suoi discorsi pubblici, invece, non si scaglia solo contro certa informazione ma anche contro un modo di fare beneficenza in tv che lei chiama «carità pelosa».
L’informazione è la prima forma di solidarietà. Un diritto ma anche un dovere. C’è gente che non vuole che sappiamo e conosciamo. È meglio mandare in onda i reality show perché se li guardi non sei un soggetto destabilizzante, se invece ti documenti, leggi e vedi un buon documentario diventi pericoloso, non manipolabile. Per questo oggi c’è tutta questa enfasi sull’entertaiment, sull’info-taiment. Va spiegato che lo sfruttamento delle materie prime, il problema delle regole del commercio e il pagamento degli interessi sul debito estero, fa sì che, di fatto, è molto più alto il volume di quattrini dall’Africa verso il Nord del mondo che viceversa.

Lo scrittore sudafricano Wilbur Smith, in un’intervista, ha detto che in Africa ci sono troppi laureati mentre ci sarebbe bisogno di più figure come elettricisti ed idraulici. Che ne pensa?
L’Africa è grande tre volte l’Europa. Un conto è la situazione in Uganda, in Nigeria o in Sudafrica. Certo, ci possono essere dei comun denominatori. Però, ci sono realtà dove l’agricoltura è presente su scala massiva con conseguenze aberranti per le popolazioni locali: pensiamo alle multinazionali che operano nel settore del cosiddetto agro-business. Guai a fare di tutta l’erba un fascio. Questo sistema finanziario, come la rivoluzione digitale d’altronde, va evangelizzato. Qualcuno ci ha detto che l’unico indicatore di riferimento deve essere il Pil: una fesseria mostruosa. Puoi avere un Pil che cresce in maniera esponenziale ma la gente muore di fame. Un caso eclatante è quello della Cina. Se vuoi fare business non puoi prescindere dalla qualità della vita. Altrimenti, attraverso questa deregulation, un nucleo di nababbi deterrà la quasi totalità della ricchezza delle nazioni. E questo, va detto, è peccato. Basterebbe rileggersi il compendio della dottrina sociale della Chiesa, stilato da Giovanni Paolo II prima di tornare alla Casa del Padre, per capire come certe questioni sociali, economiche e politiche sono ancora drammaticamente nel cassetto.

19 maggio 2011

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