Becchetti: «Crisi finanziaria, evitare il panico»

L’economista Leonardo Becchetti rassicura correntisti e risparmiatori. «I media – dice – rafforzano ansie e paure». «Il mercato ha bisogno di elementi di gratuità e di dono» di Antonella Gaetani

«Credo, ed è forse inevitabile, che i media rafforzino le ansie e le paure di tutti». Così Leonardo Becchetti, professore Straordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata e dal 2005 presidente del Comitato Etico di Banca Etica, sulla crisi finanziaria che in questi giorni sta sconvolgendo i mercati mondiali. A Romasette.it spiega cosa sta succedendo e come difendere i propri risparmi.

Quali rischi corrono i risparmiatori?
Chi ha depositi bancari deve stare tranquillo perché, in Italia, sono garantiti fino a 103.000 euro. Gli azionisti devono evitare il panico e la vendita. La storia ci insegna che nell’ultimo secolo la Borsa americana, nonostante le crisi, ha guadagnato in media un 7% all’anno. Il modo più serio di investire in Borsa è quello in fondi di investimento con piani di accumulo, ovvero di diversificare il portafoglio e di investire piccole somme ad intervalli regolari. In questo modo si comprerebbe sia nei momenti di picco che in quelli di massimo ribasso e, facendo media, ci si potrebbe avvicinare a realizzare quel guadagno medio annuo secolare indicato in precedenza.

Professor Becchetti, come tutelarci?
Destinando alla Borsa soltanto una piccola parte del proprio portafoglio liquido, con fondi d’investimento e piani di accumulo. Inoltre investendo in immobili. Infatti il crollo della borsa può voler dire anche perdita del 100%, mentre il crollo dei prezzi degli immobili non va generalmente oltre un 20 – 30%, recuperabile agilmente nel corso degli anni successivi. Poi investendo la restante liquidità in titoli di Stato o in obbligazioni di imprese solide, e non tenendo sui conti più di quanto garantito dall’assicurazione sui depositi, cioè 103.000 euro.

Quanto è giustificato l’allarmismo di questi giorni?
Parlare di miliardi bruciati ogni volta che la Borsa scende non è corretto. Intanto non si dice mai che quando la Borsa sale i miliardi si creano e non si bruciano. E poi non si brucia proprio niente finché non si vendono i propri titoli. Si tratta dunque di cadute transitorie dei valori che possono essere recuperate da investitori con i nervi saldi appena si verificano rialzi della Borsa.

Facciamo chiarezza. Quali le cause di questa crisi finanziaria?
Tra le cause remote l’eccesso di liquidità che, non sapendo dove riversarsi, ha generato una serie di bolle speculative prima sui titoli “high tech”, poi sui prezzi degli immobili. È dallo sgonfiamento di questa bolla che nasce la crisi attuale. Tra le cause strutturali profonde, aggiungerei quella di una cultura economicista che ha affermato un principio antropologico “riduzionista” secondo il quale siamo individui soddisfatti quando ci arricchiamo o consumiamo compulsivamente.

Come uscire dalla crisi?
Favorendo il potenziamento della micro finanza, dei fondi etici, delle banche etiche e del commercio equo e solidale. L’economia ha bisogno di elementi di gratuità e di dono che, innestati sulle regole dei contratti, promuovano inclusione e sviluppo sostenibile creando quegli enzimi positivi in grado di fare controcultura e contagiare anche gli attori tradizionali del mercato.

Quali le conseguenze?
Ci vorrà un po’ di tempo perché gli istituti sani possano acquisire e capitalizzare quelli decotti. Durante questo periodo i costi maggiori saranno pagati dagli azionisti, oggi, e nel tempo dai contribuenti in modo differito.

Che tipo di interventi sono necessari?
Il fondo Usa non risolverà certo la crisi da solo. Con 700 miliardi di dollari è difficile fronteggiare una crisi che riguarda i derivati del credito, che come valore nozionale ammontano grosso modo ad una cifra equivalente al Pil mondiale (circa 58 trilioni di dollari). Credo che ci vogliano almeno altre due cose. La prima è un chiaro intervento sulla regolamentazione e un altro, alla radice del problema, che renda sostenibili le rate sui mutui “subprime” in presenza di prezzi decrescenti riducendo i tassi o riscadenzando il debito. Quest’ultimo punto, fondamentale e meno costoso per i contribuenti, coglierebbe un’istanza sociale riducendo il fenomeno dei nuovi “homeless” negli Usa e, allo stesso tempo, migliorando il merito di credito dei mutuatari. Ridarebbe valore ai “credit derivatives” consentendo al fondo creato dal governo di fare guadagni in conto capitale.

Quali responsabilità hanno le istituzioni?
Aver tollerato l’esistenza di paradisi fiscali e di intermediari finanziari che agiscono fuori da ogni controllo. E non aver studiato e prevenuto le conseguenze della diffusione di strumenti di finanza derivata di cui non si conoscevano a fondo le caratteristiche in un sistema finanziario deregolamentato.

9 ottobre 2008

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