“Caos calmo”, il cinismo di un dolore che non c’è
La faticosa elaborazione del lutto nel film tratto dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi di Massimo Giraldi
È nelle sale “Caos calmo”, e conviene parlarne perché molti elementi indirizzano l’attenzione sul film. Intanto l’origine, ossia il romanzo omonimo scritto da Sandro Veronesi, Premio Strega 2006: libro non facile da «tradurre» in immagini perché scritto in prima persona, ossia in «soggettiva». Poi il fatto che a interpretare il ruolo del protagonista c’è Nanni Moretti, forse il più egocentrico autore del cinema italiano.
Moretti si cala (o prova a calarsi) nei panni di Pietro Paladini, 43enne dirigente di una società di produzione televisiva, che in un giorno d’estate salva dall’annegamento una donna sconosciuta, torna a casa e trova la moglie morta all’improvviso. Quando, tempo dopo, accompagna la figlia di dieci anni al primo giorno di scuola, decide di aspettarla davanti all’edificio. E così farà anche nei giorni successivi. La vita comincia a ruotargli intorno, mentre lui attende il momento del crollo psicologico. Che però non arriva. Anzi, la donna salvata si rifà viva e con lei succede l’occasione di un rapporto tutto «carnale» ed «esteriore» che dovrebbe segnare la fine della confusione.
Pietro voleva soffrire la perdita della moglie, ma il dolore non è arrivato. Al suo posto un rimescolamento forte, ma anche, «calmo», una presa di distanza dalla vita precedente ma senza disperarsi. Qual è allora la realtà, quale la vita autentica? Forse ha ragione il suo collega Samuele, che si lascia andare a una «faticosa» bestemmia, prima di partire per l’Africa dove raggiunge il fratello missionario? Il copione resta ambiguo, altalenante, un po’ mascherato ma non privo di suggestioni.
10 febbraio 2008