Carceri, scaduto l’ultimatum dell’Europa

Dopo la causa “Torreggiani e altri”, il 28 maggio il ministro Orlando ha presentato il piano per affrontare il problema sovraffollamento. Attesa a giorni la risposta della Corte di Strasburgo di Agenzia Sir

«Un ripensamento del sistema sanzionatorio» e «una rimodulazione dell’esecuzione della pena» sono da ritenersi «indispensabili per superare la realtà di degrado civile e di sofferenza umana riscontrabile negli istituti» di pena. È quanto indicava il presidente della Repubblica italiana lo scorso 15 maggio in occasione del 197esimo anniversario di fondazione della Polizia penitenziaria. Ma lo sguardo di Giorgio Napolitano era rivolto, in prospettiva, a questo 28 maggio 2014, giorno in cui l’Italia era chiamata a presentare alla Corte europea dei diritti dell’uomo un piano per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri.

Una sentenza dei giudici di Strasburgo datata 8 gennaio 2013, che prendeva spunto da una causa contro lo Stato italiano avviata da alcuni detenuti a Busto Arsizio e Piacenza, aveva posto in risalto un problema “strutturale”. Attualmente sono 59mila le persone complessivamente custodite in un sistema capace di accogliere 44mila carcerati. I ricorrenti di Busto e Piacenza avevano vinto la loro causa, denunciando di vivere con meno di tre metri quadri a testa, in condizioni ritenute assolutamente inadeguate. La causa “Torreggiani e altri”, avviata addirittura nel 2009 – quando dietro le sbarre del Belpaese si contavano addirittura 65mila individui -, aveva portato a un pronunciamento della Corte per violazione dell’articolo numero 3 della Convenzione europea, il quale indica la proibizione di «trattamenti inumani e degradanti». Ma lo stesso pronunciamento aveva preso la forma di “sentenza pilota”, per indicare una disfunzione non solo dei due penitenziari sotto esame, bensì dell’intero sistema carcerario nazionale.

Il ministro della Giustizia Orlando ha ora presentato un “piano” per affrontare il problema, «nelle condizioni politiche date e con le difficoltà del sistema»: cioè, facendo il possibile quando occorrerebbero dei miracoli. La Corte tornerà a farsi sentire nel giro di pochi giorni in risposta al piano italiano.

Rimane, però, una questione di civiltà: chi si trova in gattabuia può aver violato la legge (lo stabilisce una sentenza definitiva) oppure può essere “in attesa di giudizio”, ma è sempre e comunque una persona, titolare di diritti fondamentali che l’Italia riconosce aderendo fra l’altro alla Convezione europea. Il Governo si è impegnato a intervenire nel più breve tempo possibile: lo chiedono i detenuti, ma se lo augurano anche i cittadini che in carcere non ci sono mai stati (e sperano di tenersene lontani), quelli che rispettano le leggi e credono ai Tribunali e alla giustizia nel suo insieme.

29 maggio 2014

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