Cattolici e politica, “l’ultima chance”
Nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, un dibattito ispirato al libro del sociologo Luca Diotallevi (nella foto). Il neoministro Ornaghi: «La centralità spetta alla società civile» di Mariaelena Finessi
I cattolici, oggi, hanno ancora la possibilità di svolgere un ruolo nelle dinamiche politiche dell’Italia? A chiederselo non sono pochi, specie da quando le burrascose vicende istituzionali di questo Paese hanno preso a comparire, con una certa puntualità, sulle prime pagine dei quotidiani di mezzo mondo. A discuterne, in un incontro pubblico tenutosi il 1° dicembre presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, diverse personalità cattoliche di spicco. In primis, Lorenzo Ornaghi, già Rettore dell’Università Cattolica di Milano, ora al dicastero dei Beni e delle attività culturali, e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, dal 16 novembre ministro senza portafoglio con delega alla Cooperazione internazionale e integrazione.
L’appuntamento prende spunto dal libro del sociologo Luca Diotallevi “L’ultima chance. Per una nuova generazione di cattolici in politica” (Rubettino editore). «Ultima – chiarisce lo stesso Diotallevi – anzitutto perché “la più recente”, quella che abbiamo ora di fronte. Ma ultima anche perché, se non venisse colta in modo adeguato, potrebbe essere seguita da uno scompaginamento, se non definitivo molto probabilmente di lunga durata, di ogni cattolicesimo politico italiano». Per il politologo, nonché vicepresidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani, ciò non è senza rilievo. «Per il Paese in primo luogo, perché i cattolici hanno finora garantito alla sua fragile democrazia la più ampia base di consenso. E poi per la Chiesa italiana, perché un laicato protagonista in politica conforta l’episcopato a occuparsi delle sue funzioni proprie, senza dover accedere a supplenze più o meno estese, a volte resesi indispensabili ma non per questo prive di costi».
Per poter tornare sulla scena politica, Diotallevi – che sostiene la necessità di grandi riforme pur riconoscendo con amarezza la mancanza di riformatori – indica le vie maestre in quelle tracciate da Sturzo, De Gasperi e dalla Dignitatis humanae. «La sorprendente novità – spiega – è che il magistero sociale della Chiesa, da Montini a Ratzinger, attraverso Wojtyla, è oggi più aggiornato della cultura politica media del laicato cattolico». Nessun esercizio retorico può occultare «la radicale divergenza di interessi che oppone il ceto politico “neocentrista” all’elettorato “centrale”, in larga parte costituito da quei cattolici a nome dei quali questi politici pretenderebbero di parlare». Altrimenti detto, c’è un divario incolmabile tra il professarsi cattolico a parole e testimoniarlo invece nella quotidianità con la propria vita e i propri costumi.
Dunque, qual è il modo per uscire dall’impasse? «L’elaborazione politica non basta, serve anche l’azione politica», spiega il neo ministro Ornaghi, che fa sua l’immagine della “trappola neocentrista” così come dipinta da Diotallevi. «La centralità – chiarisce – spetta alla società civile e non ai cattolici in un partito». Stando alla chiave interpretativa di Riccardi, è tempo di affrontare un processo di recupero, non di un partito cattolico come la Dc, anche perché la storia non si riproduce, ma dell’insegnamento di papa Wojtyla che, al contrario della politica italiana «la quale ha divorziato dalla cultura scegliendo i riflettori dei media», ha saputo parlare all’uomo con i valori del cattolicesimo, inteso anche oggi, o forse oggi più che mai, come «cultura di sintesi – conclude -, di impegno nazionale».
2 dicembre 2011