“Colpo d’occhio”, Rubini tra melodramma e noir
Il mondo dell’arte e della critica, una sorta di mito mefistofelico per il nono film firmato come regista dall’attore pugliese di Massimo Giraldi
Arriva in sala il nono titolo firmato come regista e attore protagonista da Sergio Rubini a partire dal 1990. “Colpo d’occhio” porta in primo piano un mondo (quello dell’arte, delle mostre, del mercato che impone i gusti) che ci accorgiamo poco frequentato a livello di cronache e di pubblicistica in genere.
Qui c’è Adrian, giovane scultore che dalla provincia arriva a Roma desideroso di veder riconosciuto il proprio innato talento. Alla prima collettiva alla quale partecipa, Adrian viene notato da Lulli, critico, intellettuale, organizzatore molto potente, che subito lo prende a ben volere e gli garantisce quella rapida ascesa verso il successo tanto cercata. A disturbare il loro equilibrio c’è però Gloria, di cui Lulli è tutore e che invece viene conquistata dal fascino di Adrian. Alti e bassi, incomprensioni, gelosie, invidie, ripicche si snodano da quel momento, in un succedersi di gioie e delusioni, di umiliazioni e di rivincite.
La storia, come si capisce, nasce come commedia, procede nel quasi thriller, si tinge di nero nel dissidio tra arte e coscienza (in una sorta di mito mefistofelico), sfocia nel melodramma finale, con qualche sapore anni ’50. Anche se l’argomento non dispiace e Rubini è bravo nel mantenere il ritmo scorrevole, forse ci sono troppe cose, e un po’ più di asciuttezza avrebbe giovato a far emergere dalla vicenda qualche piccola verità.
23 marzo 2008