Come un parroco nel mondo. La dimensione missionaria del presbitero
di Luciano Pascucci
L’Anno sacerdotale deve stimolare la spiritualità dei sacerdoti nei confronti del mondo di oggi. Un mondo determinato da una cultura post-moderna, secolarizzata, relativista, laicista, che non ama la religione e che, anzi,vorrebbe relegarla nella sfera privata. In questo quadro il sacerdote deve riscoprire il proprio ruolo missionario. Non si tratta di demonizzare questa nuova cultura rimpiangendo un mondo che non c’è più, o sognando un futuro che non esiste. Anche questa nuova cultura deve essere evangelizzata. È questo il tempo che ci è dato. Il motivo dell’Anno sacerdotale è quindi quello di aiutare i nostri sacerdoti ad affrontare le sfide che questo mondo pone.
Ogni prete è per tutto il mondo
Negli ultimi decenni soprattutto è maturata sempre più la coscienza che ogni sacerdote è consacrato per il mondo intero. Il Concilio ha assunto solennemente questa concezione, che poi il Papa Benedetto XVI e i documenti sulla vita sacerdotale richiamano di continuo.
Ecco il pensiero del Concilio: «La sacra ordinazione prepara i presbiteri ad una missione… vastissima e universale di salvezza fino agli ultimi confini della terra, dato che ogni ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli Apostoli» (PO 10).
Ecco tre grandi modalità della dimensione missionaria della vocazione sacerdotale:
1. Ogni sacerdote è missionario per sua natura e vocazione. Ogni sacerdote, in modo proprio è missionario per tutto il mondo, perciò tutti i presbiteri della Chiesa devono rendersi concretamente disponibili allo Spirito Santo e al vescovo, per essere mandati a predicare il Vangelo oltre i confini del loro Paese.
2. L’evangelizzazione dei non cristiani presenti nell’ambito di una parrocchia è un dovere primario dei rispettivi pastori. Perciò i presbiteri devono impegnarsi personalmente per portare l’annuncio a coloro che stanno ancora fuori della comunità ecclesiale.
3. La maggior parte dei sacerdoti vive la dimensione missionaria della Chiesa particolare sia con l’aver cura delle situazioni missionarie ivi esistenti, sia con l’educare a stimolare le comunità a partecipare alla missione universale della Chiesa.
Il sacerdote, insomma, deve sentirsi e operare, ovunque si trovi, come un parroco del mondo.
La Chiesa particolare, se vuole essere presenza e figura della Chiesa di Dio, deve farsi segno, proprio nella sua località, della sollecitudine di Cristo che non ha confini. La parrocchia, anche la più piccola e la più povera, non deve essere il segno che Dio ama noi, ma che Dio ama tutti. Anche in ogni comunità, dunque, devono configurarsi le note che identificano la Chiesa universale: unità, santità, apostolicità, cattolicità e missionarietà.
Amare il mondo di oggi
«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». (Gv 3, 16-17)
Noi sacerdoti siamo chiamati a seguire la via dell’Incarnazione, a imitazione di nostro Signore e siamo chiamati a formare i nostri fedeli in questa direzione. Oggi è molto facile, di fronte a un mondo in decadenza, prendere la via del lamento e della fuga. Per questo è necessario recuperare un atteggiamento positivo verso il mondo considerato nella sua globalità e nella sua originalità, in modo da cogliere la bontà e l’amore del mondo creato da Dio ed a lui ordinato.
Uno degli aspetti più importanti del Concilio è quello di aver invitato i cristiani a guardare al mondo con simpatia e con la carità di Dio. Il mondo, così com’è, è amato da Dio e il cristiano (ancor più il sacerdote), con il suo amore, deve manifestare l’amore di Dio verso tutti gli uomini. Così è stato detto al Convegno di Palermo: «Occorre stare dentro al nostro tempo con amore e insieme con libertà propositiva e critica».
Nel documento della commissione presbiterale della Cei sulla formazione permanente, al numero 11, c’è scritto: «Abitare la storia è d’obbligo per il presbitero, onde evitare quelle paure che creano ansia e isolamento e generano involuzioni frustranti. Di qui la conoscenza degli strumenti e dei contenuti per discernere con obiettività i problemi che la vicenda culturale mette sulla strada delle nostre comunità e del nostro ministero. E’ urgente evitare letture riduttive e approssimative, che di solito inclinano al pessimismo e a pericolose prese di distanza, ingerendo arroccamenti e chiusure».
La nostra pastorale, di fatto, appare spesso infastidita anziché interessata nell’ammettere di dover conoscere la situazione culturale del mondo contemporaneo. È necessario che noi superiamo un certo atteggiamento di fastidio, per far subentrare un sentimento di interesse autentico, di simpatia e insieme di preoccupazione, che ci renda capaci di comprendere il mondo e la gente in mezzo alla quale viviamo e al cui servizio stiamo.
L’amore di Cristo ci spinge verso i fratelli più lontani, perché anch’essi si incontrino con Cristo. Mai come oggi dobbiamo obbedire al comando di Gesù: «Andate e portate il Vangelo ad ogni creatura!».
17 novembre 2009