“Da Krapp a Senza parole” al Piccolo Eliseo

Fino al 21 aprile Glauco Mauri e Roberto Sturno sono gli interpreti di un florilegio rappresentativo del ventaglio delle espressioni sceniche di Samuel Beckett, l’autore che snobbò il Nobel di Toni Colotta

C’è un prima e un dopo Samuel Beckett nel teatro del ’900, come nel romanzo. Non certo a seguito del Premio Nobel per la letteratura conferitogli nel 1969. Che del resto l’insignito non andò a ritirare per futili impedimenti. Prima del suo avvento nella scena europea e mondiale resistevano modelli tradizionali di invenzione e di scrittura. Beckett violentò l’una e l’altra: suo oggetto prevalente era il decadimento dell’uomo espresso in farsa grottesca e tragica. Proprio quell’abbandono di qualsiasi modello fece parlare allora di antiletteratura. La motivazione del Nobel «snobbato» diceva della sua opera: «adottando nuove forme, trae dalla desolazione dell’uomo contemporaneo la sua elevazione». È ciò che Roberto Mussapi considera una «disperata preghiera».

Per l’arte scenica, al culmine della svolta beckettiana si colloca “Aspettando Godot” che diede celebrità allo scrittore franco-irlandese e divenne proverbiale dell’attesa vana di un personaggio fantomatico che può mettere le cose a posto. E la forza nuova dell’intero corpus creativo è nel «mistero», che dà alle opere vitalità perenne nella ricerca di un senso. In Italia Glauco Mauri fu tra i primi interpreti a portare Beckett in scena negli anni ’70. Ora ci offre al Piccolo Eliseo Patroni Griffi – insieme al valido partner di una vita, Roberto Sturno – l’ennesimo florilegio rappresentativo di un variegato ventaglio delle espressioni sceniche di Beckett. Titolo di questa raccolta – in scena fino al 21 – “Da Krapp a Senza parole”, un condensato dei titoli che la compongono.

Apre lo spettacolo un prologo che aiuta a decifrare l’enigmatica personalità dell’autore, con squarci dei suoi pensieri. Segue una brevissima e intensa gemma, “Respiro”: mentre vediamo una catasta di «rifiuti eterogenei» il silenzio è percosso prima da un vagito, poi dal fiato affannoso di un adulto. In pochi minuti l’arco di una vita. In “Improvviso dell’Ohio” (che è solo il luogo in cui fu composto) scorre l’azione rarefatta di un uomo che legge a un altro il libro sul ricordo di un’amata scomparsa troppo presto, fra le interruzioni dell’ascoltatore.

Con “Atto senza parole” si tocca il sublime di un gioco pantomimico che raffigura l’angoscioso tentativo dell’unico personaggio di impossessarsi della brocca d’acqua e di altro che cala dall’alto, sempre frustrato, fino alla rassegnazione e all’indifferenza. Infine il capolavoro, “L’ultimo nastro di Krapp”, che gode da sempre di numerose messinscena, tanta la forza che emana dal canuto protagonista in smanioso ascolto delle bobine registrate in giovane età. Mauri e Sturno hanno nelle proprie vene tutto questo, etichettato a suo tempo come teatro dell’assurdo. Grazie a loro capiamo come l’apparente ermetismo di Beckett sia invece lucida visione dell’uomo.

15 aprile 2013

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