Diagnosi prenatale per la cura del feto
Al Gemelli un convegno su counselling e vita prenatale, organizzato dal Centro studi per la tutela della madre e del concepito della Cattolica e dalla “La Quercia Millenaria Onlus” di Marta Rovagna
«La diagnosi prenatale è come un coltello: si può utilizzare per uccidere qualcuno oppure per tagliare e spezzare il pane della sofferenza, in modo da condividerla». Ne è convinto Giuseppe Noia, responsabile del Centro di diagnosi e terapia fetale del Policlinico Gemelli che ieri mattina (7 giugno 2010) è intervenuto al meeting “Il contenimento del dubbio diagnostico: il counselling per la vita prenatale”, che si è tenuto al Policlinico Agostino Gemelli.
Nel corso della giornata di studio si sono confrontati docenti e ricercatori sul tema del counselling, dalle implicazioni etiche e antropologiche dell’handifobia alle consulenze che vengono attivate verso coppie che aspettano un figlio “terminale”, sia sotto il profilo preconcezionale che in caso di malattie infettive dei genitori. Il convegno, promosso dal Centro studi per la tutela della madre e del concepito della Cattolica di Roma in collaborazione con “La Quercia Millenaria Onlus”, ha permesso anche una riflessione sulla procreazione responsabile nelle coppie a rischio genetico e sulla gestione del dubbio diagnostico. Spesso, ha spiegato Noia, «malgestito: viviamo in un tempo in cui la società è permeata dall’idea del “feto perfetto”, con la conseguente amplificazione del rischio di malformazioni e malattie del feto, che riguardano in realtà solo il 5% delle gravidanze».
È in questo contesto che la diagnosi prenatale e il counselling diventano, per il responsabile del Centro di diagnosi e terapia fetale del Gemelli, una vera e propria arma: «L’anticipazione di esami come la morfologica – ha sottolineato – sono chiaramente finalizzati alla maggiore possibilità di utilizzare l’interruzione volontaria di gravidanza nei “tempi utili”, snaturando l’obiettivo di tali esami, fatti per curare il malato, in questo caso il feto, e non per eliminarlo».
Nei 30 anni di attività del day hospital ostetrico del Policlinico Gemelli sono state erogate 60mila prestazioni, «e in ogni consulenza – ha spiegato Noia – abbiamo avuto un obiettivo preciso: quello di trattare il bambino nascente come un paziente a tutti gli effetti». Nonostante il lavoro e la testimonianza di personale medico e paramedico a difesa della vita la risposta della società ad una diagnosi prenatale pro life «non è proporzionale agli sforzi che vengono fatti»: la cultura dominante si oppone in modo troppo netto al rispetto per la vita prenatale.
Ma in che contesto si inserisce il counselling? Questo tipo di approccio si inserisce all’interno della medicina prenatale, «disciplina – ha sottolineato Alessandro Caruso, direttore del Centro studi per la tutela della salute della madre e del concepito della Cattolica – che affronta le problematiche materne e fetali durante la gravidanza, con attenzione anche alle misure preventive. Gli obiettivi principali e fondanti del counselling sono quelli di conoscere e preparare i genitori alla gravidanza, distinguendo le situazioni di piena salute da quelle in cui malattie preesistenti possano incidere sull’evoluzione della gravidanza».
In questo contesto risulta fondamentale una «sapiente combinazione fra clinica e utilizzo delle diagnostiche – ha evidenziato ancora Caruso –, fra le quali quelle genetiche stanno assumendo un ruolo rilevante ma problematico nell’indicazione e applicazione, a costituire la buona medicina prenatale al servizio della famiglia. La terapia fetale ha fatto notevoli passi in avanti negli ultimi anni e oggi molte malattie, a causa delle quali il piccolo in grembo moriva soltanto fino a qualche anno fa, possono essere curate con successo. Lo dimostrano – ha concluso – i dati scientifici raccolti negli ultimi anni proprio dagli operatori del nostro centro e dell’associazione».
8 giugno 2010