Dubbio e deserto nel prete di Vito Bruno

“Il ragazzo che credeva in Dio”: la storia di un sacerdote alla soglia dei cinquant’anni che si batte per gli ultimi nella sua città, Taranto di Marco Testi

“Il ragazzo che credeva in Dio” è un romanzo che racconta la vita di un prete alla soglia dei cinquanta. Storia di tutti i giorni, come può essere vita di tutti i giorni la vita nel Sud abbandonato ad un sonno che qualche volta rasenta l’incubo. Anche stavolta Vito Bruno presenta un itinerario preciso, fatto di una città reale, Taranto, tanto per fare nomi inscritti non solo in una geografia, ma nella banalità del male e del bene, che si presentano drammaticamente confusi. Solo che l’autore ha il coraggio di proporre un protagonista fuori dalle mode e dai tic nervosi dei media. Una parte dei quali anzi volentieri ne farebbe il centro della propria attenzione, ma per rilevarne l’inattualità e talvolta la pericolosità sociale. Merito di Bruno è invece quello di non aver costruito un protagonista a tutto tondo, ma un personaggio dilaniato dal dubbio e dalle contraddizioni, anche se resta ferma la caratura positiva di uomo che combatte, con le ovvie paure e gli ancor più ovvi errori, le quotidiane battaglie per la dignità di tutti, soprattutto gli ultimi.

Storie di prostituzione ma anche di bellezza senza parole, di vite semplici spazzate via dalla banalità del male, di ragazzi che cercano di imitare il lato oscuro degli adulti, di droga e di amore, ma soprattutto la storia di una città del sud oggi, con la crudezza dell’esistenza che è anche crudezza del linguaggio (e magari qualche elemento, per usare un eufemismo, eccessivamente «mimetico», poteva essere risparmiato), dentro la quale ci sono tutti, nessuno escluso: pescatori, piccoli borghesi, pesciolini più o meno grandi della mala, tratta delle bianche, ricatti e soprusi, e una fede sempre sul punto di vacillare, ma sempre rimessa per terra dal peso della storia e della sofferenza degli altri, altrimenti senza rimedio: perché non ci sarebbe più nessuno ad ascoltare la rabbia e la purezza dei cuori – e dei corpi – in tempesta.

Più che Bernanos, come qualcuno ha suggerito, qui sembra di cogliere la stessa atmosfera di alcuni racconti di Marshall, soprattutto “La sposa bella” (a patto che si capisca che fare nomi illustri vuol dire solo comunanza di sensibilità), dove il protagonista prete attraversa il deserto del dubbio e la tentazione di lasciare la propria missione, fermato solo dall’evidenza dei fatti che parlano di un legame con gli altri ormai «divino». Il messaggio del Vangelo scavalca la volontà individuale, perché in quell’antica scelta di un ragazzo di credere in Dio e di seguire la sua strada si nascondeva qualcosa di più incomprensibile, la cui traduzione terrena potrebbe essere quell’essere-per-l’altro di cui non esiste spiegazione razionale. La storia degli uomini si confonde con quel messaggio di duemila anni fa, ne condivide la pena e il dolore, oltre che quell’improvviso lamento per l’abbandono di un Padre che squarcia le tenebre di un giorno di pena e prepara altre resurrezioni, senza neanche saperlo.

“Il ragazzo che credeva in Dio”, Vito Bruno, Fazi, 406 pagine, 19 euro

20 aprile 2009

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