Emilia De Rosa
Pedofilia e violenze sessuali: ne parla la coordinatrice del settore Psichiatria dell’Università Cattolica di Fra. La.
Le statistiche lo danno come un fenomeno, purtroppo, in aumento. Sono le condotte sessuali perverse, accompagnate spesso da comportamenti sadici e violenti. Una tendenza preoccupante a cui cerca di fornire una risposta il corso “Aspetti sociali, culturali, psicodinamici e terapeutici delle perversioni, della pedofilia e delle condotte sessuali violente” promosso dall’Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Del fenomeno parla a Roma sette Emilia De Rosa, foggiana di nascita ma nella Capitale da 17 anni, ricercatrice dell’Istituto di Psichiatria della Cattolica e coordinatrice del settore di Psichiatria e psicoterapia dell’età evolutiva.
Professoressa, perché questo corso e a chi si rivolge?
Il corso si rivolge a tutti i laureati e neo laureati, anche di I livello, così come a sociologi, psicologi, medici, pediatri, educatori. La motivazione nasce dal colmare una lacuna psichiatrica in merito a tali questioni. Un tabù che, naturalmente, riflette quello sociale. Ciò che intendiamo fare è affrontare l’insieme di queste problematiche da più angolature e fornire gli strumenti per operare al meglio come prevenzione primaria e secondaria. Quindi cerchiamo di fornire indicazioni per il trattamento a caldo delle situazioni che ricadono in questa specifica tipologia di abusi, oltre a occuparci della terapia successiva.
Ma i casi di violenza e perversioni sono realmente in crescita o è l’eco dei media a renderli più evidenti?
Le statistiche dicono che si tratta di fenomeni che purtroppo mostrano un incremento. Ma oltre a questa crescita tendenziale, oggi, vi è un maggiore “svelamento”. La gente parla di più, confessa più facilmente di un tempo episodi traumatici subiti, ma il grosso rimane spesso sommerso quando si tratta di abusi intrafamiliari. Questo velo di omertà, questa distorta cultura ancora persistente dei “panni sporchi che si lavano in casa”, inoltre, impedisce un intervento efficace e mirato. Spesso quando il dolore della vittima riesce a emergere è già troppo tardi, anagraficamente e psicologicamente.
Che tipo di sostegno è possibile dare a chi è stato oggetto di questo tipo di violenze?
Non esiste una ricetta unica. Bisogna agire caso per caso. Per quanto riguarda i nostri scopi, il primo è sicuramente dare alla vittima il rispetto che le è stato sottratto attraverso l’abuso, cercando però di non avere un atteggiamento coercitivo, come quello di chi ti vuole obbligare alla terapia o a parlare. Poi, naturalmente, nel caso delle violenze ai più piccoli, si cerca di restituire loro la fiducia negli adulti perduta, spesso, in modo irrimediabile.
L’effetto dei mezzi di comunicazione, per cui si parla di più e in modo pubblico di perversioni e violenze, aiuta o peggiora la consapevolezza su questi aspetti così drammatici della sessualità?
Entrambe le cose, direi. Da una parte c’è il lato sicuramente positivo: aiutare la gente a guardare in faccia realtà che si è portati a eliminare dal nostro orizzonte d’interesse o d’attenzione. Dall’altra, però, c’è il rischio dello spettacolo, sempre in agguato. La figura del mostro viene così “esternalizzata”, messa al di fuori del consorzio umano, come qualcosa che non ci appartiene. Insomma un puro oggetto di esorcizzazione.
Ma come si fa, in certi casi, a distinguere la devianza dalla normalità? Mi spiego meglio: ciò che a un occhio occidentale può sembrare violenza o abuso, dal punto di vista di un’altra cultura può trovare una giustificazione antropologica per quanto assurda per la nostra sensibilità.
Su questo aspetto c’è stato un grosso dibattito tra gli psichiatri. D’altra parte anche Freud ammetteva che la perversione è radicata nella cultura, ma esistono dei parametri per distinguere la patologia dalla normalità, dei criteri che permettono di porre una separazione tra una dimensione e l’altra. Quello principale è che ci si trova di fronte a una patologia quando lo scambio relazionale viene interrotto, e nell’altro non si vede una persona ma soltanto un oggetto su cui scaricare le proprie pulsioni.
26 settembre 2006