Emozioni del cuore per il russo “Silent Souls”

Un film sul viaggio di due uomini tra smarrimento e ricerca di identità, tra l’Occidente disgregato e l’Oriente inconoscibile. Da vedere con attenzione di Massimo Giraldi

Da segnalare in questo fine settimana un film di forte e incisiva personalità. Da seguire per la valenza dei temi trattati e per l’accorato tono, quasi una preghiera, che lo caratterizza. Si tratta di “Silent Souls”, titolo inglese (per favorirne la circolazione internazionale) che però batte la bandiera della Russia.

Entriamo nella storia quando, alla morte della moglie Tanya, Miron, proprietario di una cartiera, chiede all’amico e dipendente Aist di accompagnarlo. Miron vuole portare il corpo di Tanya nella piccola città di Gorbatov e qui compiere il rito previsto dalla tradizione Merja, un’antica etnia confusa e quasi estinta nella zona del lago Nero, regione del Centro-Ovest della Russia. I due arrivano sulle acque, ergono un catafalco in legno, bruciano il corpo della donna, poi Miron disperde le ceneri nelle acque. Nel tornare indietro, sbagliano strada. «L’acqua è il sogno di ogni Merja, restare nell’acqua vuol dire essere immortale». Così Aist motiva quel viaggio, strano per chi non ha dimestichezza con questa cultura, originata da una tribù finnica che si dissolse nei popoli slavi: un viaggio nemmeno troppo lungo ma al fondo di tradizioni che non si vogliono perdere. È Aist a informare con voce fuori campo su quei momenti e passaggi che aiutano a entrare nelle atmosfere di una vicenda aspra e tormentata. «Abbiamo desiderio di veder rivivere la nostra cultura», dice Aist e, poco dopo: «Sulla via del ritorno ci siamo persi».

Ecco i due punti opposti, i due luoghi che creano le ferite: l’obiettivo di conservare l’identità, la consapevolezza di essere al rischio di perdita. Colpisce e conquista la dolcezza dello smarrimento che emana dal viaggio: un itinerario nel silenzio della natura, il diagramma di una solitudine virile e orgogliosa che trova sfogo in un improvviso rapporto fisico. La vita rialza la testa ma la morte è in agguato. Una «tristezza allegra» è l’ossimoro con cui Aist definisce il loro stato. Una pena struggente che attanaglia lo stomaco, l’incapacità di conoscere in pieno anche due volatili in apparenza innocui come gli zigoli. Un mondo a parte, una voce lontana, e la frase finale di Aist, netta e implacabile: «Soltanto l’amore non ha fine».

Un film che lotta tra tradizione e modernità, riflesso di luoghi, persone, ambienti che vivono, lavorano, creano storia e si interrogano su se stessi, come se fossero un piccolo mondo a parte. Come se, ma poi non lo sono. E il loro orizzonte si muove tra l’Occidente disgregato e l’Oriente troppo vasto, disperso, inconoscibile. Ma forse qui passa una possibile linea d’incontro. Film da vedere con attenzione, lasciandosi andare alle emozioni del cuore.

28 maggio 2012

Potrebbe piacerti anche