Eugenia Roccella
Valorizzare il compito della famiglia: l’invito della giornalista verso la manifestazione del 12 maggio di Francesco Lalli
In vista del “Family Day”, in programma il 12 maggio prossimo in piazza San Giovanni a Roma, Romasette.it ha intervistato uno dei suoi portavoce, Eugenia Roccella. Giornalista (editorialista di Avvenire, collaboratrice del Foglio e del Giornale) e saggista, figlia del fondatore del Partito Radicale – con alle spalle un passato d’impegno politico e di militanza all’interno del movimento femminista – un personale bilancio critico l’ha portata su posizioni di difesa della dimensione materna come costitutiva dell’identità femminile e di cautela nei confronti delle trasformazioni introdotte dalle biotecnologie. Fondatrice di “Safe”, un comitato per la salute femminile, ha scritto tra l’altro: “Dopo il femminismo” e “La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru486”.
C’era davvero bisogno di tante polemiche e del ritorno al tormentone “Stato contro Chiesa” per accendere i riflettori su un problema del tutto evidente come il mancato sostegno alla famiglia da parte dello Stato?
Lo scontro nessuno lo voleva e nessuno lo vuole, e di certo non siamo stati noi a cercarlo. Il fatto è in molti non si rendono conto del significato che assumono provvedimenti tipo i Dico, tanto che in parecchi continuano a intenderli sulla medesima linea delle battaglie per i diritti civili come quelle per il divorzio o l’aborto. Non è così. Qui ci troviamo di fronte al tentativo di una mutazione antropologica che va ben al di là degli spunti offerti dal dibattito italiano. Non sono solo i cattolici, che pure hanno assunto un ruolo di leadership in questa battaglia, a difendere la famiglia nei confronti della quale c’è da anni un accanimento culturale, anche subdolo.
Qualche esempio?
Basta pensare che le parole “padre”, “madre” sono state espulse dai testi degli ultimi anni sia dell’Onu che dell’Unione europea e, tanto per fare un altro esempio, recentemente le ha proibite anche il sistema sanitario scozzese, per cui si deve chiedere al bambino del “tutor” o addirittura del “guardian” piuttosto che della “mamma” o del “papà”.
I politici non sono stati invitati alla manifestazione del 12 maggio, ma ci saranno. Quanti rischi ci sono di una strumentalizzazione di un appuntamento che nasce da tutt’altre ragioni?
E’ chiaro che la società civile costituisce anche un bacino elettorale e diamo quindi per scontato la presenza di politici. Nella piazza eviteremo di mettere troppo a fuoco la loro presenza proprio per non incorrere nelle eventuali strumentalizzazioni che quest’appuntamento potrebbe subire; però un’attenzione significativa da parte delle istituzioni è importante e speriamo che si traduca nelle “audaci politiche” che da tempo ci aspettiamo da loro.
Ma non le pare che certi mezzi d’informazione vogliano far passare il “Family day” per un “No Dico Day”?
Tutto ciò viene comodo per rientrare nelle vecchie ottiche di una maggioranza contro un’opposizione e della logica del muro contro muro. Questa, è piuttosto la manifestazione di una maggioranza che però viene trattata da troppo tempo come minoranza. La verità è che il fenomeno dei Dico si è già indebolito, quindi il nostro sforzo comunicativo non è contro di essi, ma finalizzato a porre la famiglia al centro delle politiche pubbliche. Non fosse altro che per il problema drammatico della denatalità che caratterizza il Paese. Qui non si tratta di promuovere la famiglia solo sotto il profilo economico, ma di valorizzarne il compito. Se si prendono le statistiche si vede che il desiderio di maternità in Italia è inalterato da decenni a questa parte, con tutto ciò nascono molti meno figli di un tempo; il che sta a significare che sussistono problemi oggettivi. Oggi lo slogan delle femministe, “maternità come libera scelta”, sarebbe del tutto anacronistico, perché non esiste una scelta per la maternità e nemmeno il riconoscimento di tutto ciò che comporta: educazione dei figli, sussidiarietà intergenerazionale, funzionamento del sistema economico e previdenziale.
Come vede l’adesione che è venuta da alcune organizzazioni omosessuali, va interpretata come una provocazione o come un tentativo di dialogo?
L’ultima cosa che vogliamo è disconoscere i diritti delle persone, che nulla c’entrano con i Dico a cui, probabilmente, non si sarebbe nemmeno arrivati se si fosse pensato a dare un maggiore potere negoziale all’ambito del diritto privato su certi aspetti. Ma il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto e, tra queste, anche di quelle omosessuali è altra questione. Poi naturalmente quella del 12 maggio è una manifestazione aperta, ma che nasce sulla base di una piattaforma programmatica e di valori ben precisa. Questa è l’unica discriminante.
Per quale motivo è importante essere in Piazza S. Giovanni il 12 maggio?
Condivido lo slogan “Quello che è bene per la famiglia è bene per il Paese”. Se non riuscissimo a far pesare la nostra presenza, ad uscire dal silenzio, a mostrare l’evidenza del volto della famiglia, guardandoci in faccia, occupando la piazza, allora sarebbe un’occasione sprecata.
19 aprile 2007