«Flight», orizzonti di robusta spiritualità

Denzel Washington è un pilota impegnato in una ricerca etica che passa attraverso confronti aspri e forti con le fasce più deboli della società di Massimo Giraldi

La corsa ai premi Oscar è già partita e si concluderà il 24 febbraio a Los Angeles con la celebrazione della edizione n° 73 delle prestigiose statuette. Tra i titoli in lizza c’è “Flight”, un film dalle molte suggestioni in uscita questo fine settimana nelle sale italiane. Si comincia incontrando Whip Whitaker, esperto e coraggioso pilota. Al comando di un South Jet partito da Orlando in Florida, il comandante fa uscire l’aereo da una imprevista turbolenza ma poi deve affrontare una serie di imprevisti guasti meccanici.

Ricorrendo a una manovra azzardatissima, Whitaker inverte il veivolo fino a farlo andare sottosopra, quindi lo rimette in carreggiata al momento di atterrare. Grande paura ma, delle 102 persone a bordo, 96 arrivano salve a destinazione. Coperto di elogi per l’audacia della sua manovra, Whitaker deve ben presto confrontarsi con le questioni legate alle sei vittime. La causa del disastro non è chiara, e tornano in primo piano alcuni problemi personali di Whitaker, la sua dipendenza dall’alcool e l’uso di droghe.

Whitaker finisce in tribunale e non riesce a evitare gravi capi d’accusa. Dice Robert Zemeckis: «Quello che mi ha davvero catturato nel copione è stata la complessità dei personaggi, che hanno tutti delle sfumature. Non sono i tipici “bravi ragazzi e/o cattivi ragazzi”…La suspence viene dall’incertezza di cosa faranno». La densa sceneggiatura scritta da John Gatins, ex attore e consulente tecnico per film a tema militare, ha trovato nel regista di “Forrest Gump” e “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” un interprete sensibile e incisivo, capace di diluire nei toni della suspence e dell’azione quelli di un esame più approfondito dei singoli e della società in cui si muovono.

In una dialettica via via più stringente, Whitaker percorre una strada che lo porta da un inizio sfrontato e tracotante all’accettazione di uno stato di espiazione e di redenzione: una guarigione che non è (o non vuole essere) solo fisica ma soprattutto morale. Una ricerca etica dolorosa e sofferta che passa attraverso confronti aspri e forti con le fasce più deboli della società americana (la ragazza drogata, il malato terminale, la conseguente necessità di scegliere tra verità e menzogna) e si apre a confronti inattesi con orizzonti di spiritualità semplice, robusta e accettata a forza (il copilota di Whitaker in ospedale).

Molti spunti emergono e si impongono, facendo crescere la storia al di là della indubbia tenuta spettacolare, e della esemplare interpretazione di Denzel Washington attore solido in grado di rendere credibile anche il finale incontro di riconciliazione in carcere con il figlio adolescente.

28 gennaio 2013

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