Hemingway letto da Affinati
Il romanziere romano rivela nuove prospettive sull’«energia incapace di requie» dello scrittore americano di Andrea Monda
Tutti gli scrittori sono lettori: prima ancora di scrivere leggono, e tra letture e scrittura spesso si instaura un rapporto virtuoso di reciproca influenza. Proprio su questo rapporto cruciale, la piccola editrice Metauro ha avuto l’intuizione di aprire una collana dedicata a scrittori che leggono altri scrittori, arrivata al quinto volume con la lettura dei 49 racconti di Hemingway da parte di Eraldo Affinati. La scelta è quanto mai indovinata: se c’è un autore congeniale ad Affinati questo è Hemingway, se c’è un lettore “naturale” di Hemingway questo è Affinati. Ne scaturisce un effetto “reversibile”: le affermazioni del romanziere romano sullo scrittore americano non solo rivelano prospettive nuove sul secondo ma permettono anche di rivedere l’opera del primo. Analizzando il primo racconto, «Su nel Michigan», Affinati osserva che «il ghigno trionfante di Hemingway c’è già tutto. Ciò che resta nel suo primo vero racconto, più che lo scacco, è il vitalismo. Intendiamoci: non l’esibizione narcisistica dell’ipertrofico io. Piuttosto l’energia incapace di requie». L’ultima affermazione vale per entrambi, come quella corrispondente, posta in chiusura del volume: «Nessuno può trovare requie fuori da se stesso». Il saggio è breve quanto prezioso: condotto dall’intelligenza colta di Affinati, il lettore vede aprirsi come una rete continua di riferimenti, non solo letterari, ma anche cinematografici. Così, se si aprono continui raffronti con James, Zola, Malroux, Twain, Melville, Conrad e Tolstoj, si incontrano anche riferimenti a film di Malick, di Peckinpah, di Ford e di Scorsese. Una rappresentazione tutta virile, che coincide sia con la visione di Hemingway che con quella di Affinati, che porta lo scrittore-lettore a dire, commentando «Fifty Ground» (uno dei massimi capolavori tra i 49 racconti) che dalla vita, secondo lo scrittore americano è impossibile uscire senza danni e alla fine è meglio compromettersi che sperare di restare puri. La parola definitiva, tagliente, di Affinati su Hemingway è proprio questa, la grande assente: speranza. E forse è questa l’unica nota dissonante tra il grande scrittore e il suo appassionato lettore.
«Eraldo Affinati legge I 49 racconti di E.Hemingway», Metauro, 7,50 euro
8 gennaio 2006