I presbiteri e gli sposi cristiani
di Luciano Pascucci
Nelle varie parrocchie dove sono stato ho fatto l’esperienza dei gruppi di spiritualità famigliare e, da quando sono alla formazione permanente, ho continuato a seguire gruppi di coppie. Ma al di là degli incontri, per molte ragioni sono entrato nella vita di molte coppie e sono diventato uno di famiglia e forse anche molto di più. Spesso, anche all’interno dei programmi della formazione permanente, ho aiutato i sacerdoti giovani e meno giovani a riflettere sulla necessaria complementarietà e reciprocità tra il sacramento dell’Ordine e il sacramento del Matrimonio.
A parte i benefici che derivano a tutta la comunità parrocchiale da questa integrazione ben riuscita, ma soprattutto a livello pastorale, come prete, ne ho ricevuto tanti vantaggi. Sono arrivato alla conclusione che il prete non può realizzare pienamente la sua identità senza una relazione autentica con gli altri membri della Chiesa, e in particolare con gli sposi cristiani.
Sono convinto, per esempio, di essere maturato come prete più a contatto con le coppie che con i giovani, che pur ho seguito per tanti anni. Per questo sento quanto mai urgente che si recuperi a tutti i livelli la pari dignità del sacramento del Matrimonio accanto al sacramento dell’Ordine. Su questo punto è ancora tanta la strada da fare! La relazione tra i due sacramenti è oggi ancora troppo fragile, povera e quasi evanescente.
Potrei riassumere in tre punti i vantaggi che si ricevono da una relazione ben riuscita con gli sposi cristiani.
1) Gli sposi cristiani aiutano a vivere al meglio la vocazione e la missione. Sappiamo che il ruolo specifico del sacerdote in una comunità cristiana è quello di riconoscere, guidare e promuovere le diverse vocazioni. «È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo» (Ef 4,11-13). Tocca a noi «rendere idonei i fratelli a compiere il ministero». Ma il fatto stesso che devo aiutare gli sposi cristiani a scoprire e a vivere tutta la bellezza del sacramento del matrimonio, questo mi aiuta a vivere in pienezza il mio ministero. C’è con gli sposi uno scambio di doni formidabile.
È proprio vero quello che ha detto Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio. «I presbiteri devono sostenere la famiglia nelle sue difficoltà e sofferenze, affiancandosi ai membri di essa, aiutandoli a vivere la loro vita alla luce del Vangelo. Non è superfluo notare che da tale missione… il ministro della chiesa attinge nuovi stimoli ed energie spirituali anche per la propria vocazione e per l’esercizio stesso del ministero» (FC 73).
Il prete è chiamato, quindi, a guardare con simpatia alla vita della coppia per lasciarvisi investire e dare così al ministero:
• densità di concretezza. Noi sacerdoti possiamo correre il rischio di una fede disincarnata che passa sopra l’uomo. Le coppie riducono realmente questo rischio perché hanno una vita molto concreta e vivono nel quotidiano. Dalla coppia si impara la categoria della fedeltà quotidiana a Dio e alla Chiesa nella buona e nella cattiva sorte.
• densità di umanità. In una famiglia, in una coppia, dove si vive il sacramento del matrimonio, si dà il primato alle persone sui ruoli. I genitori, per capirci, prima di essere genitori sono sposi; i figli, prima di essere figli, sono persone. La logica dei ruoli, invece, è funzionale. Le famiglie aiutano noi sacerdoti a sbloccare questa logica che nasconde le persone.
• densità di comunione. La famiglia è luogo di comunione dove le persone sono accolte così come sono; dove si ospitano idee e caratteri diversi. Vivendo insieme la condivisione e la partecipazione, tutti sono soggetto e il ruolo è al servizio della comunione.
B. Gli sposi cristiani aiutano a vivere al meglio la fraternità sacerdotale e in genere la comunione presbiterale. L’attenzione al matrimonio e alla famiglia mi ha posto nelle condizioni di ripensare il mio essere prete e la modalità con la quale io mi pongo in un presbiterio. Quando pensiamo alla comunione presbiterale e alle modalità di fare il nostro presbiterio credo che, se mettiamo l’accento sulla famiglia, ci accorgiamo immediatamente di quale colore deve essere e quale confronto possiamo avere per realizzare al meglio questa realtà di presbiterio.
Per verificare la qualità del rapporto che io sono tenuto ad avere con il mio presbiterio e con la mia comunità, devo guardare semplicemente come si vogliono bene uno sposo e una sposa. Per capire quel «come io e te siamo uno» di Gesù (cfr Gv 17), io sono chiamato a guardare realmente la vita di una coppia di sposi. Il confronto e il cammino insieme alle coppie cristiane ci aiuta a superare l’esperienza dell’isolamento e della solitudine, della vita da single, che per un prete è una contraddizione. Così siamo anche aiutati a vivere bene il nostro celibato.
C. Dalle coppie cristiane si riceve una forte spinta a vivere il celibato in maniera sponsale. La scelta del celibato non è e non deve essere una scelta di contrapposizione a quella sponsale perché è dentro quell’unica alleanza di Dio con l’umanità di cui il matrimonio è il segno più pregnante. Se il prete fuggisse il rapporto con la coppia o anche solo fosse indifferente, non vivrebbe il suo celibato che, come lievito, è chiamato a fermentare l’amore delle coppie facendo loro guadagnare il senso della gratuità e dell’universalità. Il celibe è realmente tale quando è animato dall’amore sponsale per l’umanità, quando si relaziona al Regno con la stessa passione e con la stessa qualità dell’amore sponsale. Il celibato, in questa visione, non è alternativo all’amore sponsale: è un modo diverso di viverlo.
«Il sacerdote è chiamato a essere immagine viva di Gesù Cristo sposo della chiesa… È chiamato, pertanto, nella sua vita spirituale a rivivere l’amore di Cristo sposo nei riguardi della Chiesa sposa. La sua vita deve essere illuminata e orientata anche da questo tratto sponsale, che gli chiede di essere testimone dell’amore sponsale di Cristo, di essere quindi capace di amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele, e insieme con una specie di gelosia divina, con una tenerezza che si riveste persino delle sfumature dell’affetto materno, capace di farsi carico dei dolori del parto finché Cristo non sia formato nei fedeli» (PDV 22).
3 novembre 2009