Il “caso Celentano” e la Rai come “mamma buona”
Una riflessione sulle polemiche scoppiate dopo la scelta del cantante di devolvere il suo compenso per il Festival di Sanremo in beneficenza e sul ruolo del servizio pubblico televisivo di Elisa Manna
In questi giorni, afflitti da parecchi e gravi problemi, divampa, come dire, per buon peso, la polemica televisiva intorno al cosiddetto “caso Celentano”. La domanda che ci si pone, in maniera più o meno disinteressata, non è tanto se sia giusto che un servizio pubblico televisivo paghi un compenso così alto. Le aziende televisive, come è noto, non sono associazioni caritatevoli: se pagano tanto un artista è perché quell’artista riesce a raccogliere una vastissima audience che i pubblicitari sono pronti a pagare a peso d’oro.
No, la questione che ha suscitato più fervore polemico è se sia moralmente accettabile che Celentano decida di dare in beneficenza il suo compenso, oltre che ad Emergency, ad un gruppo limitato di famiglie scelte da un gruppo di sindaci. La domanda è più o meno questa: “Dare ad una famiglia, piuttosto che ad una categoria di persone, una beneficenza straordinaria non rischia di essere un rapporto troppo stretto tra benefattore e beneficiato, un rapporto che si presta a spettacolarizzazioni di vario tipo?”
Intorno a questa cosa si è già scatenato il prevedibile bailamme di interviste ai sindaci, a opinionisti, a gente comune e non è difficile immaginare che anche le famiglie beneficiate entreranno nel tritacarne della società spettacolo, facendo di Celentano un principe munifico e della Rai la buona mamma d’Italia.
E questo è l’aspetto effettivamente poco condivisibile della faccenda: perché i nostri tempi non hanno bisogno di incensare l’immagine di prìncipi munifici, ma di promuovere politiche sociali che cancellino l’indigenza estrema dal nostro Paese. Anche se, visto che queste politiche non ci sono, un po’ di incenso a prìncipi dello spettacolo non sembra poi un gran danno, considerato oltretutto che quest’immagine gli costerà cara in termini di tasse.
Magari fosse imitato da altri, in un mondo così profondamente egoista… Quello che appare meno condivisibile è piuttosto l’idea della Rai come mamma buona; a dir la verità sono molti anni che ha smesso anche di essere un credibile servizio pubblico, che non si può reggere su un manipolo di prodotti di eccellenza (il grande Piero Angela ad esempio) inondando poi le case degli italiani di prodotti che scimmiottano le scadenti offerte di una scadente televisione commerciale.
Il paradosso è che non bisogna guardare poi tanto lontano per accorgersene: in questi giorni proprio la Rai, per lo stesso Sanremo, ha trasmesso una promozione del Festival basata su una scenetta quanto mai offensiva per la dignità femminile. Una giovane valletta dotata di generosa e abbondante scollatura che ripeteva meccanicamente (come se non fosse dotata di un cervello proprio) le banali parole di saluto ai telespettatori che le sussurravano all’orecchio i due conduttori maschi.
Su Internet è stata un’esplosione di commenti negativi da parte dei diversi movimenti che negli ultimi due anni stanno dando parola alla rinnovata sensibilità delle donne dopo decenni di sopportazione! E di tutto questo nessuno ha parlato se non le associazioni direttamente interessate.
Il fatto è che la Rai continua ad essere strutturata più intorno a vecchie logiche che all’attenzione per le esigenze del pubblico di rispetto e dignità per la persona umana. Sembra giunto dunque il momento di ripensare complessivamente il ruolo e le responsabilità del servizio pubblico televisivo. Il che non vuol dire che le televisioni private siano libere di fare quello che vogliono: l’ennesimo caso di bestemmia durante il famigerato programma “Grande Fratello” ne è la riprova.
L’intero mondo della comunicazione deve ritrovare il senso del suo stesso esistere, come ci ricorda Benedetto XVI anticipando i temi della prossima 46esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali : e, come sempre, il Papa riesce a stimolare la nostra intelligenza, oltre che la nostra sensibilità, introducendo il concetto di silenzio da ritrovare, che potrebbe sembrare apparentemente la negazione della comunicazione.
La magnifica immagine, suggerita da Benedetto XVI, di un ecosistema che sappia equilibrare silenzio, parole, suoni, immagini è la sintesi perfetta di quel bisogno d’armonia e di significato che la nostra epoca sembra aver accantonato per troppi anni e che invece costituiscono la più autentica vocazione dell’uomo di ogni tempo.
7 febbraio 2012